Il “cigno nero” è lo spauracchio più temuto dagli investitori e dagli operatori finanziari. Con questa espressione, resa celebre dall’omonimo saggio dell’epistemologo nonchè ex trader di origine libanese Nassim Nicholas Taleb, si intende identificare, in linea di principio, una perturbazione imprevedibile che impatta su un contesto retto da regole ben definite o da presupposti razionali, finendo per alterarne gli output. La finanza lo legge, soprattutto, al negativo: perchè i mercati sono emozionali, scarsamente razionali e intrinsecamente correlati, rifuggono l’incertezza e tutto ciò che può amplificarla.

Nel luglio 2018, applicando questo punto di vista, parlando alla Camera, l’allora ministro per gli Affari Europei Paolo Savona ha ammonito circa i rischi di una nuova recessione globale che rendevano opportuno un rilancio degli investimenti produttivi, proposto le sue idee di un’Europa “diversa, più forte, più equa” e citato il “cigno nero” come “spada di Damocle” sul sistema finanziario mondiale. Pochi mesi dopo, nel contesto di pieno retrenchment delle banche centrali la caduta delle borse globali dopate da anni di quantiative easing ha portato a un riacutizzarsi dei timori circa una possibile “deflagrazione” dovuta a uno shock economico esterno all’alta finanza e ai mercati.

Sino ad ora, il punto di rottura non è ancora stato doppiato. Ma la finanza mostra da tempo stati di inquietudine a livello internazionale. Wall Street, non sazia del banchetto di dividendi azionari e buyback che ha portato le quotazioni alle stelle, conosce la fine del periodo di arrembaggio dei “fondi-locusta”, ora in affanno, il Dax di Francoforte è entrato in una fase che potrebbe concludersi con una nuova discesa, il risiko europeo delle borse lascia presagire alleanze sempre più imprevedibili in attesa dell’impatto della Brexit.

In questo contesto, il “cigno nero”, per sua natura imprevedibile, è paradossalmente sempre più atteso. Esistono specifici indici che permettono di monitorare, infatti, quanto siano in evoluzione le aspettative degli operatori circa la volatilità di asset, prezzi e indici, il proxy più comune dell’incertezza borsistica. Di questi il più celebre, basato negli Usa, è lo Skew Index, che come scrive Il Sole 24 Ore “si focalizza maggiormente sulle opzioni out-of-the-money, vale a dire quelle che hanno una scadenza molto lontana. L’obiettivo è captare i cosiddetti “tail risk”, i rischi di coda, ovvero quelli estremi”, nel passaggio tra operazioni a breve e a lungo termine.

“Quando sale la differenza tra le due tipologie di opzioni a favore dei quelle out-of-the-money significa che un numero crescente di investitori scommette che possa accadere qualcosa di imprevedibile fino a quel momento, un evento capace di premiare in maniera consistente le opzioni che hanno scadenze lontane”. L’indice ha toccato quota 150 punti a dicembre 2019, vicino al massimale di 158 punti registrato nell’agosto 2018, prima della dura “correzione” subita proprio a causa della grande volatilità accumulata.

La crescita dell’incertezza sconta l’aumento delle tensioni nelle relazioni internazionali, che non impattano direttamente sulle capitalizzazioni borsistiche ma sul sottostante ambiente costituito da safe assets, beni rifugio e analisi di prospettiva sui futuri del mercato e sull’inizio di una strategia maggiormente “difensiva” da parte degli operatori. Al tempo stesso, stanno venendo al pettine numerosi nodi legati alla super-accumulazione borsistica del 2019: gli stessi operatori ne percepiscono l’esagerata distorsione, ma non possono fare a meno di dipendere dal suo incedere. Il “cigno nero“, in questo caso, potrebbe essere non solo tutt’altro che impronosticabile, ma anche interno alle dinamiche stesse dei mercati finanziari. Come se la borsa provasse ad autoassolversi nel caso in cui il 2020 riservasse sorprese negative o addirittura un crollo dei mercati: nel gioco contro i suoi stessi limiti, la finanza rischia davvero l’osso del collo.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME