In occasione della settimana borsistica post-pasquale si è tornato, per la prima volto dopo tanto tempo, a parlare di spread. Il parametro che segnala il differenziale di rendimento tra i Btp italiani decennali e i Bund tedeschi di pari durata ha superato nuovamente il valore di 100 punti, che segnalano un differenziale nel valore della cedola di un punto percentuale. Lo spread ha chiuso poco sopra quota 101 nella giornata del 6 aprile, si è assestato tra 100 e 101 nei due giorni successivi e ha toccato quota 102,4 nella seduta di venerdì 9 aprile. Come ribadito da tempo nelle nostre analisi, però, bisogna tenere conto che il parametro dello spread, specie in tempi tanto complessi, non è altro che un indicatore relativo.

Più sostanziale è l’analisi dei rendimenti dei sottostanti, ovvero i titoli indicati come benchmark per determinare lo spread. Questo perché una variazione dello spread può essere determinata sia da una variazione di rendimento positiva o negativa del titolo italiano che da un’analoga manovra di quello tedesco. E l’analisi del rendimento del Btp decennale ci permette di capire che in questo caso i movimenti sono avvenuti sul lato italiano. Il Btp pagava una cedola dello 0,629% nella contrattazione del 5 aprile ed è salito a 0,741% alla chiusura del 9 aprile. Parliamo del valore più alto da oltre un mese a questa parte, in corrispondenza però di un mancato parallelismo con il titolo tedesco, che si muove in territorio di rendimento negativo, che ha portato lo spread ai massimi (per così dire) dall’inizio del governo Draghi.

A destare attenzione è la rapidità della crescita, oltre +15% in soli quattro giorni, del valore della cedola, che segnala le incertezze sulla ripresa italiana ed europea. In primo luogo i trend delle vaccinazioni e dei processi di riapertura dopo il Covid-19 su scala globale stanno mostrando plasticamente e con chiarezza che i Paesi europei saranno giocoforza in ritardo su attori come Stati Uniti e Regno Unito (per non parlare della Cina) nel rilancio economico e nella ripartenza.

Questo, secondo elemento, si unisce a una fase di tensione generalizzata che compensa in parte il grande effetto ammortizzatore garantito dallo stimolo monetario della Bce. Impegnatasi con complessive misure dal valore di 3mila miliardi di euro a sostegno della liquidità e dei titoli pubblici dei Paesi dell’Eurozona. In questa fase, nota Money.it, “il mercato comincia a grattare via la patina di vernice del backstop Bce e a prezzare realmente le necessità e le criticità di un’Italia post-pandemia”.

Terzo elemento è proprio il nodo del futuro delle misure di sostegno dell’Eurotower nel quadro del programma emergenziale di acquisto titoli (Pepp). Che perfino il banchiere olandese Klaas Knot, membro del board Bce, si è spinto a definire essenziale, sottolineando però che a suo avviso con “una ripresa economica sostenuta nell’eurozona, la Banca centrale potrebbe gradualmente ridurre gli acquisti in seno al Pepp a partire dal terzo trimestre”. Dichiarazioni che segnalano le tensioni sul futuro dell’economia europea, dove l’assalto dei rigoristi potrebbe nuovamente scatenarsi.

Vi è poi, quarto punto, una questione di matrice tecnica e legata all’ordinario gioco finanziario. Per circa un anno l’Italia, complice il sostegno Bce, è stata fortemente attenzionata dagli investitori internazionali desiderosi di piazzare in una fase di acuta volatilità i loro risparmi sui titoli a rendimento garantito e non negativo di una grande economia come la nostra, che si è in un certo senso giovata della sua debolezza. L’Italia, Paese sistemico per eccellenza e too big to fail nell’Europa odierna, era ritenuta garanzia di un investimento relativamente sicuro e garantito da un rendimento cospicuo per le sue obbligazioni pubbliche. Negli ultimi mesi si è aperta una fase di sell-off, cioè di vendita da parte degli investitori istituzionali, di titoli pubblici che garantivano un rendimento più ridotto, fattore che può contribuire a una nuova appetibilità dei nostri titoli.

Gli analisti della banca danese Saxo Bank ritengono che l’appetibilità dei Btp sarà nelle prossime settimane nuovamente ai massimi: tassi più alto offriranno una fonte di reddito necessaria agli investitori che sono a caccia di rendimento.

Infine non va sottolineata la questione della pressione inflativa che viene dagli Stati Uniti, ove l’amministrazione Biden ha promosso piani di stimolo e rilancio dell’economia di taglia epocale per ridare fiato all’economia. A cui ora governi come quello italiano di Mario Draghi dovranno rispondere cogliendo il punto della sfida: non è tanto il livello o il costo del debito a fare la differenza, quanto la capacità strategica di utilizzare il deficit a favore di politiche della crescita e dello sviluppo.

In sostanza, la fiammata dei Btp non deve allarmarci come avvio di una problematica strutturale, ma sconta delle comprensibili incertezze sul futuro dell’economia italiana ed europea. A cui l’esecutivo può dare risposta programmando politiche per la crescita e sviluppando una visione di lungo periodo. Di cui la prossima presentazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza per il Recovery Fund italiano sarà un banco di prova.