Il tema delle banche è stato estremamente rilevante per la politica italiana negli ultimi anni, che ha dovuto mediare e far fronte a ogni sorta di evoluzione sistemica: fallimenti di casse di risparmio locali; terremoti sistemici su importanti banche territoriali (Carige, Popolare Bari); la continua espansione del “buco nero” di Monte dei Paschi di Siena; l’espansione del campione nazionale per eccellenza, Intesa San Paolo, e i dilemmi sul futuro del numero due, Unicredit, in perenne oscillazione tra spinta all’internazionalizzazione e strategie nazionali; da ultimo, la nuova normativa europea sugli scoperti bancari che rischia di far tornare in auge l’annoso problema dei crediti deteriorati.

Mario Draghi conosce bene il mondo delle banche italiane per il suo trascorso da governatore in Via Nazionale e metterà nella sua agenda economica uno scrutinio forte e deciso sull’attività degli istituti italiani. Vigilanza sistemica, controllo sulle fusioni, sviluppo del credito a imprese e famiglie compongono l’agenda bancaria del governo entrante, che come anticipavamo nei giorni scorsi dovrà inizialmente mediare con una questione fondamentale: la fine delle garanzie sui prestiti e delle moratorie su debiti e mutui che hanno concesso un po’ di respiro alle aziende in crisi di liquidità e alle banche a corto di redditività per i bassi tassi di interesse su depositi e titoli.

Non a caso nelle sue consultazioni allargate Draghi ha voluto ricevere anche  Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, che al neo presidente del Consiglio ha sottolineato di ritenere necessario che “le moratorie non vengano interrotte anzitempo, che abbiano durata più lunga della pandemia e che, quando sarà finalmente conclusa, vengano ridotte gradualmente, senza immediatezza, senza integralismi e automatismi, perché occorrerà dare tempo alle imprese, in una situazione di ritrovata normalità, per riprendere a lavorare in maniera ordinaria”. Una strategia pragmatica, che eviti strappi capaci di mettere in imbarazzo o sotto pressione il comparto bancario nazionale.

E che la finanza italiana abbia bisogno di stabilizzazione e di un ritorno graduale alla fiducia e alla redditività lo testimonia anche l’elevato livello di aspettative riposte in Draghi dal mondo del credito cooperativo. Marco Bindelli, vice presidente e consigliere delegato ai rapporti con il Credito cooperativo e le Capogruppo del banco marchigiano-credito cooperativo, ha scritto su StartMag di ritenere che nella “dottrina Draghi” contro la crisi del Covid-19 riecheggiano molte questioni proprie del settore delle banche territoriali, tra i maggiormente sofferenti negli ultimi anni: dall’ampliamento delle maglie per il circolo di denaro nell’economia all’attenzione per il principio di sussidiarietà che valorizza le realtà locali. Circostanze da cui le Bcc si aspettano un allentamento delle misure di vigilanza che impongono a banche di portata territoriale di sottostare a oneri gestionali gravosi sul fronte patrimoniale.

A subire un freno saranno, senz’altro, quelle procedure di fusione che sembravano incentivate o proposte dall’alto per accontentare, nell’uscente governo giallorosso, nicchie politiche ben precise. Come l’appoggio implicito del Pd nazionale all’operazione Unicredit-Mps lasciava presagire o come sembrava volersi muovere anche il Movimento promuovendo una convergenza tra Carige, PopBari e, in prospettiva, lo stesso Monte. Con Draghi questo risiko arriva ad una fine, e non è detto che prendere tempo per decidere sul tema non possa essere un bene per il sistema-Paese.

Concludiamo questa panoramica con l’attenzione che riserveranno al nuovo governo due gruppi di primissimo lignaggio: Intesa e Cassa Depositi e Prestiti, ovvero il primo gruppo privato del Paese e la principale istituzione finanziaria a partecipazione pubblica.

“Un Governo Draghi può accelerare la crescita del nostro Paese e portare lo spread a 50-60 punti”, ha detto il consigliere delegato e Ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, nel corso di una intervista a Bloomberg Tv. “Tutto ciò – ha aggiunto – sarà molto positivo per l’Europa intera”. Intesa nel 2020 ha superato i 3,2 miliardi di euro di utile, sostenendo con forza i marosi della pandemia, e ha rafforzato supporto all’economia reale, reso concreto dai 50 miliardi di credito messi a disposizione di famiglie e imprese. Una “semina” che ora attende il raccolto con il sostegno alle imprese che aderiranno ai progetti del Recovery Fund, che nelle aspettative delle banche Draghi porterà in campo nel più breve tempo possibile.

Cdp, invece, sta strutturando Patrimonio destinato, il fondo da 44 miliardi di euro che ai sensi del Decreto Rilancio avrà in gestione per il sostegno e rilancio del sistema economico e produttivo. I beneficiari saranno società per azioni, anche quotate, con sede legale in Italia, le quali non operino nel settore bancario, finanziario o assicurativo, con fatturato superiore a 50 milioni di euro. Un vero e proprio fondo strategico per il rilancio dell’economia che Cdp punta a mettere a sostegno di politiche fiscali espansive e che il governo Draghi può usare come braccio operativo. Tanto che c’è chi sostiene che Dario Scannapieco – vicepresidente della Bei, con un passato al Tesoro tra i collaboratori di Draghi – possa essere il nome che il nuovo governo sceglierà per guidare Cdp in occasione del rinnovo primaverile dei vertici. Un modo per testimoniare che, a ogni livello, sulle banche Draghi vigilerà da vicino ogni dossier.

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