Dalla sua uscita dall’Eurotower nell’ottobre 2019, celebrata come se la Banca centrale europea salutasse un monarca piuttosto che un presidente, Mario Draghi ha limitato dichiarazioni, uscite e interventi pubblici a una ristretta, ma significativa serie di prese di posizioni importanti che non hanno mancato di suscitare accese discussioni, specie dopo lo scoppio della pandemia di Covid-19 in Europa a febbraio-marzo dell’anno scorso. Quasi a voler rispondere alle critiche di chi, come l’economista Giulio Sapelli, durante la sua tenuta alla Bce lo aveva accusato di parlare troppo spesso in pubblico e riscoprendo il profilo ieratico, al tempo stesso contemplativo e operativo, associato storicamente alle figure dei grandi banchieri centrali (come in Italia Guido Carli), Draghi ha limitato apparizioni e dichiarazioni, senza tuttavia perdere nulla in termini di autorevolezza.

A testimonianza del valore assunto nell’ultimo decennio dai banchieri centrali come punti di riferimento dell’elaborazione politica, Draghi ha parlato per la prima volta sulla crisi pandemica nel marzo scorso firmando un editoriale sul prestigioso Financial Times in cui invitava i Paesi più avanzati, quelli europei in primis, a una decisa azione di risposta alle conseguenze economiche della pandemia. Draghi ha definito la sfida posta dal Covid-19 alle economie del pianeta come paragonabile all’effetto di “una guerra” e posto in campo le sue priorità strategiche: un rilancio dell’intervento pubblico degli Stati a sostegno delle economie, della produzione industriale, dei redditi; un aumento delle garanzie bancarie a famiglie e imprese; un abbattimento dei tassi di interesse delle banche centrali a zero per favorire il circuito del credito; una riduzione degli oneri burocratici per l’attività delle imprese; la difesa di presidi fondamentali per la tutela del reddito e dell’occupazione nei sistemi di welfare.

Parliamo di un’articolata agenda politica che testimonia la proiezione di un uomo che, per otto anni, alla guida della Bce è risultato la figura-chiave per l’evoluzione dell’Eurozona oltre i più ristretti sentieri dell’austerità di matrice germanica e ha trasformato l’Eurotower, parafrasando Carl Schmitt, nell’istituzione “commissaria”, cioè politicamente decisiva, dell’Unione. E che, bisogna sottolinearlo, intervenendo a alta voce nel dibattito sulla risposta al Covid-19 su un quotidiano a lungo risultato portavoce dell’ortodossia neoliberista ha anche ammesso di fatto alcuni limiti della sua azione da governatore: Draghi, nel 2015, ha avviato l’espansione monetaria dell’Europa inserendo l’Unione nella corsa a quel Quantitative easing globale è forse andato troppo oltre, creando un’eccessiva accumulazione debitoria tra gli operatori privati e non venendo in alcun modo dirottato verso una sana politica per l’economia reale, restando confinato nelle gore morte della finanza speculativa. Una linea su cui Draghi, alla guida di un’autorità puramente “tecnica”, non ha chiaramente avuto modo di intervenire direttamente, per quanto siano state a lungo trascurate le voci di chi chiedeva per la Bce una svolta “giapponese” e la transizione dell’Eurotower a prestatore di ultima istanza e finanziatrice dei deficit nazionali.

Draghi sul Ft ha rivisto molte sue posizioni coniugando politica monetaria e necessarie azioni fiscali, presentando un’analisi di scenario realistica per il terremoto economico-finanziario che la pandemia stava scatenando e che nei mesi successivi avrebbe squassato l’intero pianeta. L’invito a “un cambio di mentalità” per l’economia e il paragone tra il finanziamento delle politiche anti-crisi odierne e quello di una guerra (“Nella Grande Guerra l’Austria-Ungheria, la Russia o la Francia non avrebbero mai pagato la guerra alzando le tasse”) hanno rappresentato due stimoli fondamentali per avviare in Europa e nel resto del mondo, tra le classi dirigenti, una svolta politica a favore di maggiori allentamenti al controllo della spesa e al ritorno in campo del ruolo strategico degli Stati a sostegno delle economie.

Alcuni mesi dopo, il 18 agosto, Draghi ha raffinato ulteriormente la sua visione in un intervento al Meeting di Rimini che nelle sue intenzioni è stato inteso non come una lezione di politica economica ma piuttosto come un “messaggio più di natura etica per affrontare insieme le sfide che ci pone la ricostruzione e insieme affermare i valori e gli obiettivi su cui vogliamo ricostruire le nostre società, le nostre economie in Italia e in Europa”. Draghi cita John Maynard Keynes e la necessità di cambiare le proprie idee e convinzioni di fronte a cambiamenti repentini delle priorità e delle problematiche sociali; invoca una crescita più equilibrata, al servizio dello sviluppo umano e dell’ambiente, ricorda l’emergenza ha richiesto maggiore discrezionalità nella risposta dei governi che non nei tempi ordinari e che i governi saranno chiamati alla massima trasparenza nella risposta alla pandemia e alla crisi negli anni a venire.

Il richiamo all’economia come disciplina da leggere sotto la chiave dell’etica non è nuovo in Draghi. Dopo lo scoppio della Grande Recessione, nel 2009, l’allora governatore della Banca d’Italia firmò un approfondito editoriale sull’Osservatore Romano in cui commentava il pensiero socio-economico di Papa Benedetto XVI, dimostrando il suo sostegno alle proposte di moderazione degli eccessi della globalizzazione prospettate nell’enciclica Caritas in Veritate: “se l’autonomia della disciplina economica implica l’indifferenza all’etica, si spinge l’uomo ad abusare dello strumento economico; se non è più mezzo per il raggiungimento del fine ultimo – il bene comune – il profitto rischia di generare povertà”, notava Draghi, sottolineando che “ogni decisione economica ha conseguenze di carattere morale”. Oltre dieci anni dopo, mentre il mondo affronta una crisi che ha mostrato i rischi dell’iper-globalizzazione la critica di Benedetto XVI non perde di attualità e profondità.

E proprio a questi principi ora bisogna vedere quanto Draghi saprà conformarsi, se accettando l’incarico da Sergio Mattarella riuscirà a formare un esecutivo di alto livello per il rilancio del Paese. Le priorità su cui l’Italia deve puntare per riprendere la marcia interrotta e invertire i trend del declino in atto sono precise: una seria campagna vaccinale, una politica economica all’altezza del rilancio del Paese, una crescita più inclusiva, il rafforzamento della coesione territoriale Nord-Sud, la conquista di una voce più autorevole ai tavoli internazionali. Di fronte alla sua precisa “dottrina”, e alle conseguenze che ha provocato, e all’impegno etico-politico da lui rivendicato per i governi viene difficile pensare alla figura di Draghi come a quella di un tecnico neutrale.

Fermo restando che anche la tecnica non è mai, veramente, neutrale, è bene sottolineare che se chiamato alla guida governo Draghi porterà con sé una precisa visione sul futuro corroborata da una lunga esperienza nelle istituzioni, dallo scontro con crisi decisive per l’Europa e, inevitabilmente, anche da errori di percezione e di azione che segnano inevitabilmente il cammino di qualsiasi decisore. Draghi sarà un inquilino ingombrante per qualsiasi maggioranza che potrà, in futuro, sostenerlo. I singoli uomini non salvano mai le nazioni, la buona politica collettiva può riuscirsi: in un certo senso, il “tecnico” Draghi appare come lo stimolo di Sergio Mattarella alla classe dirigente del Paese perché prenda in mano le redini del dibattito e crei vera dialettica, vera visione per il futuro, vere strategie. In una parola, vera politica.