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Il governo di Giuseppe Conte, dopo il serrato confronto con le opposizioni e un aspro dibattito interno, è arrivato a sbloccare 400 miliardi di euro in garanzie a prestiti per imprese produttrici ed esportatrici che avranno bisogno di liquidità per tornare a operare nei prossimi mesi se le misure di lockdown verranno gradualmente allentate o per sostentare la loro attività in caso di fermo prolungato.

Ci si potrà dunque legittimamente domandare se dopo uno stanziamento tanto importante abbia ancora senso il dibattito sullo choc esogeno di origine europea che molti analisti discutono in questa fase e che i governi dell’Unione sono indecisi se portare avanti tramite il ricorso al Mes o la creazione degli Eurobond. Nella proposta franco-tedesca il Mes impiegherebbe 36 miliardi di euro per il sostegno all’Italia, sottoposti a numerose condizionalità di ritorno: come si rapportano i miliardi del Mes o, ad esempio, i piani d’azione della Bei, la Banca europea degli investimenti, con le garanzie governative?

Stiamo, in realtà, analizzando due piani separati. Lo stanziamento dell’esecutivo di Roma è, per ora, potenziale e teorico, non corrisponderà a un reale impiego di risorse fino a che non si verificherà la necessità di sopperire al mancato processo di restituzione da parte delle imprese insolventi. I miliardi dei piani europei sarebbero, semplificando, “cash”, liquidità utilizzabile nei programmi, vincolati o meno, di riferimento.

La differenza dunque è tra un debito potenziale ed uno reale a carico dello Stato, oltre che nella natura operativa delle misure. Sacrosanta sul piano della risposta alla fase iniziale crisi, la misura sulla liquidità non porta ancora l’Italia alla pari delle altre grandi economie avanzate sul piano della programmazione nazionale anti-crisi. Germania, Francia e Spagna hanno messo in campo imponenti manovre di stimolo basate su investimenti, spesa in deficit, piani anti-crisi volti a creare occupazione. Sarebbe un’illusione pericolosa per noi ritenere che le eventuali sponde europee possano rappresentare una sostituzione dei necessari investimenti produttivi che servono al Paese. Dati di matrice europea, ripresi dal centro studi Osservatorio Globalizzazione, prevedono per il Paese, nel 2020, “una contrazione dell’economia italiana tra il 12.5% e il 15%” a cui è impossibile porre rimedio esclusivamente col combinato disposto tra liquidità alle imprese e misure europee.

Il board del Mes (Alberto Bellotto)
Il board del Mes (Alberto Bellotto)

In primo luogo, perché nel primo caso mancherebbe lo stimolo “keynesiano” che, specie negli Stati Uniti, sta venendo applicato da parte dei governi per attivare un moltiplicatore di domanda interna.

In secondo luogo, perché si brucerebbe l’opportunità di approfittare della sospensione del patto di stabilità decretato da Ursula von der Leyen e dalla sua Commissione europea.

In terzo luogo, infine, per il nodo stringente delle condizionalità su eventuali interventi esterni di matrice europea. Su cui il debito creato internamente invece non dovrebbe contare.

Anche nel caso della Bei, la più funzionale tra le istituzioni comunitarie capaci di operare in funzione anti-ciclica, i finanziamenti ai progetti più importanti avvengono in compartecipazione col decisore pubblico nazionale. Le attese vanno dunque riposte nel decreto attuativo di aprile che, a detta di Conte, “conterrà strumenti di protezione sociale, sostegno alle famiglie e ai lavoratori, soprattutto quelli più in difficoltà” ma dovrà anche pensare a come sostenere attivamente le garanzie alle imprese. L’ora è critica e cruciale: la garanzia per la liquidità alle imprese è un’ottima misura, ma si spera che il governo debba intervenire il meno possibile sul campo. Mentre invece c’è da aspettarsi un più incisivo incedere sul fronte della creazione attiva di domanda e della programmazione di investimenti utili a riportare la crescita nel Paese.