Il panico in borsa visto sui mercati di tutto il mondo nella giornata di lunedì 9 marzo ha prodotto un tonfo generalizzato che non ha risparmiato gli Stati Uniti. Dopo aver doppiato il 7% di perdite, Wall Street è stata costretta a sospendere per la prima volta dal 2008 le contrattazioni per quindici minuti per eccesso di ribasso. Il coronavirus potrebbe essere il volano di una recessione globale e un fattore decisivo per le elezioni presidenziali di novembre. Ma alcuni segnali provenienti dagli States necessitano di essere meglio contestualizzati

Nelle ultime settimane abbiamo assistito a fenomeni di flight to quality da parte degli investitori in fuga dal mercato azionario: prodotti come l’oro e titoli come il Bund tedesco sono diventati veri e propri “beni-rifugio”, mentre il tonfo borsistico drenava buona parte della liquidità prodotta dai mercati negli ultimi anni.

Tra i prodotti oggetto di acquisto spiccano i Treasury, le obbligazioni emesse dal Dipartimento del Tesoro statunitense, che non hanno subito negli ultimi tempi un processo in genere comune in vista di momenti di recessione: l’inversione tra il valore dei titoli a breve e di quelli a lungo termine, con l’aumento relativo della rischiosità dei primi rispetto ai secondi, che arrivano a pagare una cedola inferiore. Il contrario di quanto di solito accade, visto che di norma gli investitori vengono remunerati in misura maggiore se prestano il loro denaro al governo per un tempo lungo. Ad agosto 2019 si era prodotta, per un breve periodo, tale fattispecie quando il T-bond a due anni venne prezzato con un rendimento superiore a quello a dieci anni.

Le ultime sedute hanno visto non solo il rispetto sostanziale della curva di rendimento ma anche, per la prima volta nella storia, il passaggio dell’intera curva dei Treasury, da quelli a un mese a quelli a trent’anni, sotto la soglia di rendimento dell’1%. Nella giornata del 9 marzo, infatti, eccezion fatta per una fiammata relativa del valore dei Treasury a un mese (0,57% di rendimento) e due (0,52%) e un lieve scostamento tra quello a tre mesi (0,33%) e quello a sei (0,27%), che segnalano le turbolenze dell’immediato, la convergenza a un valore inferiore all’1% per i titoli di lungo periodo è stata repentina.

Alla notizia del calo del rendimento dei Treasury si possono dare numerose letture, non necessariamente escludibili l’un l’altra:

  • Una prima visione potrebbe enfatizzare la mancata inversione della curva dei rendimenti e portare a credere che questo spinga per una brusca fase di correzione dei mercati a cui però non farà seguito la batosta di una recessione. Negli Stati Uniti si parla molto del decoupling commerciale, tecnologico e politico-economico dalla Cina operato dall’amministrazione Trump: in questo contesto, la corsa ai T-bond rappresenterebbe l’applicazione pratica dell’invito al “Buy American!” dell’inquilino della Casa Bianca.
  • Una seconda chiave di lettura, invece, inquadra la convergenza dei T-Bond sotto l’1% nel contesto di un timore generalizzato dei mercati per una travolgente stangata a cui gli investitori vogliono porre rimedio piazzando i loro risparmi in obbligazioni sicure in vista dell’arrivo dell’inverno della recessione. In questo contesto, il crollo dei prezzi del petrolio, materia prima venduta e scambiata in dollari, contribuirebbe assieme al calo delle cedole sui T-Bond a ridurre la liquidità del biglietto verde.
  • Infine, si può anche pensare che nel contesto della continua frammentazione dei mercati avvenuta negli anni ruggenti del decollo della borsa dopo la Grande Recessione ci sia stata una sostanziale distinzione tra gli investitori attivi nel mercato dei titoli di Stato e quelli operanti nel gioco borsistico, e dunque le due tendenze di crollo dei listini e aumento della sicurezza dei T-Bond non andrebbero letti come indizio di un trend generalizzato.

Tali considerazioni devono tenere comunque presente il fatto che la crisi del coronavirus e il nuovo “cigno nero” della guerra dei prezzi del petrolio non impatteranno su un’America da intendere come una monade isolata, ma su un Paese ben inserito in equilibri finanziari e commerciali plasmati attorno alla sua leadership. Ad esempio, probabilmente la curva dei T-Bond potrà trainare nella direzione di prevenire una recessione, ma se dall’Europa o dalla Cina provenissero notizie molto meno rassicuranti anche gli Stati Uniti rischierebbero di esser colpiti duramente.

Vi è poi la grande problematica dell’effettivo impatto del contagio da coronavirus negli States, che va prendendo sempre più piede e sarà difficilmente quantificabile. La virologa Ilaria Capua ha indicato negli Usa, assieme all’Africa, il maggior fattore di vulnerabilità nella resistenza del pianeta contro il Covid-19, adducendo come motivazione la debolezza del sistema sanitario statunitense e la scarsa resilienza delle autorità ad emergenze di questo tipo. Nessuna prescrizione d’ordine finanziario avrebbe più senso se l’epidemia si diffondesse a macchia d’olio oltre Atlantico. Nell’immediato, quello che analisti e investitori possono fare è comprendere se dagli Stati Uniti il trend sui T-Bond si consoliderà e contribuirà a stabilizzare la situazione: mancando oramai capacità d’azione pari a quella passata alle banche centrali, un intervento dell’amministrazione volto a imporre uno stimolo economico e una vigorosa reazione politica potrebbe risultare, in una fase in cui si può ancora salvare il salvabile, decisivo.

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