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Boeing, il colosso dell’aeronautica e della Difesa statunitense, atterra malamente dopo la pubblicazione dei conti del 2019. La serie di incidenti che tra il 2018 e il 2019 ha coinvolto il Boeing 737 Max (tre schianti in Indonesia, Etiopia e Cuba con 456 morti) prima della tragica fatalità del volo Teheran-Kiev di inizio gennaio hanno notevolmente danneggiato la fiducia di mercato e operatori nel colosso di Chicago, forte di un fatturato vicino ai 95 miliardi di dollari nel 2018.

Per la prima volta da vent’anni, nel 2019 Boeing ha fatto registrare un rosso di bilancio, con una perdita netta di 636 milioni di dollari a fronte di un utile, nel 2018, di 10,5 miliardi. Le conseguenze industriali, legali e finanziarie degli incidenti e del crollo reputazionale di Boeing sono state immediate e devastanti, come riporta Il Sole 24 Ore: “Le spese collegate a fermare e in futuro riprendere la produzione in fabbrica sono oggi calcolati in quattro miliardi. I rimborsi a clienti danneggiati e compagnie aeree raggiungeremmo gli 8,3 miliardi rispetto alle precedenti stime di 5,6. E l’effetto della paralisi farà lievitare i costi di una futura produzione del velivolo in questione a 6,3 miliardi da 3,6 miliardi”. Il conto da quasi 19 miliardi potrebbe essere solo l’inizio. E il nuovo ad David Calhoun, entrato in carica il 13 gennaio, rischia di trovarsi ad affrontare una vera e propria “via crucis”.

Boeing rischia un avvitamento: la crisi industriale legata allo stop alla produzione del 737-Max sarà difficile da superare; il sorpasso della rivale Airbus nel mercato potrebbe consolidarsi nel 2020; la catena globale di 600 contractors e 8.000 subfornitori rischia di incepparsi e compromettersi.

E questo potrebbe essere un guaio anche per l’Italia. Boeing impiega 150 persone direttamente nel Belpaese ma, secondo quanto riporta sul suo sito citando l’Oxford Economic Study, genera occupazione per 16mila addetti e investimenti per 2 miliardi di dollari ogni anno. Una riduzione dei volumi produttivi impatterebbe particolarmente su due realtà: Leonardo e Avio. “Il primo”, scrive StartMag, “è fornitore (attraverso la sua Divisione Aerostrutture) delle fusoliere e dello stabilizzatore orizzontale per il programma B787 prodotti negli stabilimenti di Grottaglie e Foggia (progettazione e produzione del 14% dell’aereo in fibra di carbonio); Leonardo è partner di Boeing anche di alcune parti del B-767”. Proprio a sostegno dell’ex Finmeccanica operano, tra Pomigliano, Foggia e Grottaglie, buona parte dei dipendenti Boeing in Italia. “GeAvio Aero è invece fornitore dei motori (LEAP) i cui componenti sono costruiti negli stabilimenti delle province di Torino, Napoli e Brindisi”, continua Start.

L’asse atlantico offre opportunità di sviluppo al settore della Difesa e dell’aerospazio italiano a patto che nella definizione degli obiettivi strategici i nostri attori sappiano prevenire i rischi sistemici. Certamente gli scossoni di Boeing rappresentano un vero e proprio “cigno nero” impronosticabile, ma la solidità del tessuto industriale nazionale e l’affidabilità dei nostri player restano certificati. Vi è dunque la certezza che anche se in crisi Boeing avrebbe difficoltà a privarsi della competenza e della produzione appaltata alla filiera italiana. Al tempo stesso, impellenti ragioni d’ordine geopolitico spingono gli Stati Uniti a considerare importante l’industria italiana della Difesa: senza commesse da oltre Atlantico, Roma finirebbe infatti coinvolta nei progetti europei di Difesa comune. Fumo negli occhi per un’America che intende cementare con le catene logistiche militari-industriali la settantennale alleanza con i partner atlantici.