L’improvviso arrivo della pandemia, le conseguenze di breve e medio periodo del coronavirus e la necessità di risposte emergenziali culminate nella massiccia serrata delle attività produttive ad opera dei governi europei hanno, com’era ovvio, portato al necessario sacrificio di elevate quote di produzione industriale e Pil in nome della tutela della salute. Il confinamento ha avuto un impatto economico non secondario, ma che potrebbe impallidire di fronte alla possibilità di una lunga depressione che, per il nostro Paese, è vincolata all’evoluzione dei rischi del nostro principale partner economico: la Germania.

In termini di Pil, Berlino se la cava relativamente meglio nei numeri della recessione attesa rispetto all’Italia: nonostante una recessione-choc nel secondo e nel terzo trimestre, la Germania ha migliorato di oltre il 20% le stime complessive per l’intero 2020, pronosticando una recessione che si è recentemente ristretta dal -6,7% al -5,2%. Un duro colpo, ma minore rispetto al -9% che il Tesoro prevede per l’Italia nella Nota di aggiornamento al Def (e al -10% stimato dal Fmi). Per il futuro, tuttavia, l’allerta resta alta.

Angela Merkel e il suo governo, che nel 2021 dovranno anche studiare con attenzione il dossier della successione alla cancelleria federale, hanno impostato il blocco del pareggio di bilancio fino al 2024 e diverse manovre espansive; tuttavia, l’impronta dell’economia tedesca continua a rimanere export-led e a dipendere più dall’ampliamento della domanda su scala globale che dalla crescita sul fronte interno.

Recentemente, Destatis ha segnalato che per l’industria tedesca ci vorrà tempo prima di tornare ai fasti degli anni passati. I dati sulla produzione industriale pubblicati dall’ufficio nazionale di statistica hanno segnalato come ad agosto l’output dell’industria tedesca sia calato dello 0,2% mensile, dopo il +1,4% di luglio e il +9,3% di giugno e contro un atteso +1,5%. L’indotto industriale tedesco, come è noto, ha un grande legame con le industrie manifatturiere italianeprincipalmente quelle stanziate nella parte settentrionale del Paese, fortemente integrate nelle catene del valore dei settori (meccanica, impiantistica, automobile) che fanno capo a gruppi germanici.

Nel 2019, anno segnato da una stagnazione dell’economia europea e dalle incertezze sui commerci globali, gli interscambi commerciali tra Italia e Germania si sono mantenuti stabili, totalizzando 127,7 miliardi di euro, ai consistenti livelli del 2018. Come ha fatto notare l’Innovation Post, il grosso degli scambi è totalizzato dalle regioni del Nord Italia e dai “motori” dell’economia tedesca come la Baviera e la Westfalia: “il valore degli scambi commerciali tra la Lombardia e la Germania (pari a 43,3 miliardi di euro) è superiore a quello dell’intera Corea del Sud. Di contro, in Italia importiamo beni dalla Baviera per un valore complessivo (24,5 miliardi di euro) superiore a quello dell’import dall’intera Polonia”.

L’integrazione tra le rispettive catene del valore è promossa dalla Germania anche attraverso operazioni strategiche quali il recente ingresso nel capitale del porto di Trieste della partecipata Hhna che controlla lo scalo di Amburgoche sembra prefigurare una nuova svolta “asburgica” della città giuliana, nuovamente crocevia per l’industria germanica e mitteleuropea. E proprio per questa crescente integrazione i dati sulla manifattura tedesca dovrebbero preoccupare anche i decisori dell’economia italiana.

Mauro Bottarelli, analista economico de Il Sussidiario, ha indicato alcune statistiche che lasciano prefigurare una forte crisi di sfiducia nell’industria tedesca, destinata a ripercuotersi, nel peggiore dei casi, anche nel nostro Paese nel corso del 2021: la prima è quella connessa al ” il tracollo dell’indice Zew della fiducia degli imprenditori tedeschi, passato da 77.4 a 56.1, quando le attese più pessimistiche erano al massimo per un 72.0″, a causa del ritorno di fiamma del coronavirus in Europa e dell’apertura di nuovi scenari di criticità anche nella capitale Berlino. L’indice, lo ricordiamo, prefigura aspettative espansive dell’economia da parte del mondo dell’industria quando il valore supera quota 50, e dunque una discesa di oltre un quarto del valore è un indicatore allarmante.

Il secondo, ancora più problematico, riguarda la previsione dell’impennata di fallimenti di imprese tedesche contenuta nei più recenti report di Bundesbank  in vista delle fine del periodo di moratoria, prolungato da Angela Merkel e dal Ministro delle Finanze Olof Scholz fino al 31 dicembre: “il baseline scenario prevede un balzo dai 4.700 fallimenti del primo trimestre 2020 ai 6.250 del medesimo periodo dell’anno prossimo. E attenzione, perché anche in questo caso la proiezione si basava su un contesto interno e dell’eurozona precedente all’attuale peggioramento e che vedesse i focolai della seconda ondata Covid limitati”, fattispecie tutta da dimostrare in un contesto che vede la Francia a un passo dal perdere il controllo della pandemia e il Regno Unito combattere per evitare un nuovo confinamento di massa.

Una pressione del genere sull’industria tedesca provocherebbe una slavina anche nel settore produttivo italiano: perdita di imprese, calo occupazionale, riduzione dei fatturati e, questione più problematica, aumento dell’esposizione e delle sofferenze bancarie per la necessità di ampliare i prestiti ai produttori in difficoltà e fare i conti con la crescita dei crediti deteriorati. Attenzione: i dati ci raccontano che anche solo un moderato aumento dei rischi in tali settori è da prendere in considerazione come altamente probabile visto l’effetto distorsivo creato dalla moratoria tedesca ai fallimenti. C’è da chiedersi se oltre ad aspettare la panacea del Recovery Fund i decisori politici italiani stiano ragionando per controbilanciare un effetto sistemico cercando strategie per rafforzare l’industria, limitarne le perdite economiche, preservarne i posti di lavoro. Ma siamo certi di non sbagliare affermando che di questi problemi non c’è consapevolezza.

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