Non si fermano i colossali incendi che da giorni stanno devastando le regioni più profonde della Siberia e i cui effetti hanno interessato, sul terreno, un’area grande quanto il Belgio, con la dispersione dei fumi che ha raggiunto città lontane dall’Oriente russo come Kazan.

Sotto la pressione di una petizione che ha raccolto oltre un milione di firme il governo russo ha dichiarato lo stato d’emergenza per fermare quella che Greenpeace ha definito “una catastrofe climatica”, trovandosi però in difficoltà nel poter arginare gli effetti di un ciclo naturale andato fuori controllo. Le carenze di fondi del governo, l’oggettiva imprevedibilità di una catastrofe di così ampia portata, che sta divorando la taiga e il permafrost della tundra a cavallo del Circolo Polare emettendo nell’atmosfera un’enorme massa di gas serra e la difficile accessibilità delle zone colpite concorrono a rendere difficoltosa la regia moscovita della vicenda.

L’ambiente e l’economia russe potrebbero risentire duramente sul medio-lungo periodo degli incendi estivi che, al contrario di quanto detto dal governatore di Krasnoyarsk Alexander Uss, non sono “comuni fenomeni naturali”. La taiga russa svolge un ruolo di assorbimento delle emissioni di carbonio umane che su scala globale è paragonabile solo a quello della Foresta Amazzonica. La perdita di una significativa fetta della foresta siberiana, unito all’effetto serra legato alle massicce emissioni di diossido di carbonio e fumo causate dagli incendi, rischierebbero di assestare un duro colpo a questo processo regolatore e accelerare il fenomeno dell’aumento incontrollato delle temperature estive registrate sul territorio della Siberia, quest’anno segnalate come superiori di otto gradi alle medie degli ultimi decenni.

Sul piano economico, a subire danni potrebbe essere soprattutto l’architrave dell’economia russa, l’industria estrattiva dei combustibili fossili. Come riporta Il Fatto Quotidiano, “è rovente la Russia e sarà glaciale l’ Europa se la situazione non verrà gestita. Record a ribasso delle esportazioni. Affetti dagli incendi anche alcuni stabilimenti di Rosneft e GazpromNeft, che hanno evacuato gli operai delle zone a rischio e sospeso le trivellazioni a causa degli incendi e della visibilità ridotta a causa del fumo. La produzione più bassa degli ultimi tre anni era stata già registrata nel luglio appena trascorso, dopo la scoperta di un gasdotto contaminato che riforniva l’ Europa”. L’Artico e la Siberia sono cruciali per l’economia russa: come ha scritto Marzio Mian, “l’Artico russo custodisce una cassaforte di petrolio e gas pari a 20 trilioni di dollari, in grado di garantire a Rosneft e Gazprom le uniche compagnie autorizzate – una produzione fino al 2050. Il 40% del Pil nazionale arriva dai pozzi oltre il circolo polare. La produzione complessiva russa nel 2016 è stata di 547,3 milioni di tonnellate di petrolio e di 555 miliardi di metri cubi di gas”.

Per la Siberia, invece, si snodano importanti arterie di trasporto dei rifornimenti russi, primo per importanza il gasdotto “Sila Sibiri – Power of Siberia” che rappresenta la manifestazione tangibile dell’asse economico con la Cina. Gazprom a luglio ha annunciato di aver testato il 90 per cento della prima fase del gasdotto orientale Sila Sibiri. La società si prepara ad iniziare a riempire le condotte di gas, e il vicepresidente del Cda del colosso russo Oleg Aksyutin ha dichiarato all’emittente televisiva Rossija 24 che “dal campo Chayandinskoye, al confine con la Cina, sono stati posati 2.156 chilometri (100 per cento del gasdotto); sono stati effettuati test per 1.950 chilometri” e presto inizieranno i rifornimenti a Pechino. Sempre che il deterioramento della situazione ambientale in Siberia non costringa a un brusco rallentamento dell’operazione, portando a una grave perdita economica per la Federazione Russa.

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