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Il 2021 è stato sinora caratterizzato da una consistente ripresa delle economie dei Paesi europei colpiti duramente dal Covid-19, costituita da due componenti: da un lato, un rimbalzo fisiologico connesso alle riaperture delle attività dopo la graduale cessazione delle restrizioni; dall’altro, una componente, inizialmente difficile da prevedere, di ripresa più strutturata connessa al ciclo di produzione e consumo. Questo è il caso ad esempio dell’Italia, Paese in cui la ripresa acquisice mese dopo mese dimensioni sempre più consistenti, con le ultime stime che fanno registrare una previsione di crescita del +5,8% per il Pil nell’anno in corso e un +4,2% per il prossimo; discorso simile per la Francia, che prevede una ripresa simile, e la Spagna, con una crescita vicina al 4,5% nel 2021.

Edilizia e industria, le incognite della ripresa

L’economia non è fatta solo di previsioni e stime, tuttavia. La sua evoluzione è un flusso dinamico e complesso. E nella fase conclusiva dell’anno è possibile che diversi fattori possano ostacolare la ripresa europea erodendone i margini o riducendone le prospettive.

La pandemia, in quest’ottica, c’entra oramai solo relativamente. Questo perché il meccanismo del circolo virtuoso vaccini-riaperture-ripartenza economica si è attivato per quanto riguarda i consumi e l’attitudine dei cittadini delle nazioni occidentali a riappropriarsi della socialità e di una vita ordinaria, ma non è il componente decisivo del rilancio del sistema. La realtà dei fatti ci parla di un mondo che è col fiato corto per quanto riguarda la disponibilità materiale di diversi componenti strategici per l’industria e costretto a fare i conti con un generale e strutturato rincaro dei prezzi di ogni tipo di materia prima o semilavorato di utilità produttiva.

Quanto sottolineato di recente in Italia dall’Associazione nazionale dei costruzione edili e da Confedilizia riguardo l’impennata dei prezzi dei materiali da costruzione che può frenare il Superbonus 110% vale per tutto il Vecchio Continente. E il settore delle costruzioni è il “termometro” del sistema in quanto i grandi piani di rilancio dell’economia si stanno ampiamente focalizzando sull’edificazione di infrastrutture digitali e di trasporto, portando a un aumento della domanda per una serie di prodotti (dall’acciaio al legno, dal cemento alla gomma) che si riflette in un consistente decollo dei prezzi.

Travis Perkins, uno dei maggiori produttori di cemento britannici, ha aumentato del 15% i prezzi da maggio, in linea con quanto accade negli Usa, ove il Cfo di Maher Al-Haffar ha stimato tra il 20 e il 30% l’aumento della domanda interna nei prossimi anni, ma anche in Paesi come il Pakistan e la Turchia, in cui le impennate hanno generato proteste. Sul fronte dell’acciaio l’industria dell’auto sta sperimentando un aumento dei prezzari dei fornitori, e in Europa la produzione degli altoforni va al ribasso rispetto alle previsioni. La filiera intera è sotto pressione. “Per fare solo alcuni esempi, fra novembre 2020 e luglio 2021” nei mercati di riferimento europei “il prezzo dei tondini di acciaio è aumentato del 243%, mentre quello del pvc del 73% e del rame del 38”, nota Il Sussidiario. Questi aumenti non risparmiano nemmeno l’industria della nazione simbolo stesso dell’efficienza in Europa, la Germania, la cui manifattura e il cui settore delle costruzioni hanno subito danni amplificati dai problemi delle alluvioni nella produttiva regione del Nord Reno-Vestfalia.

Anche la gomma, uno dei materiali utilizzati in forma più trasversale nell’industria e nelle costruzioni, sta subendo durissimi rincari, tanto che in Estremo Oriente nazioni produttrici come il Vietnam guardano con interesse all’inevitabile aumento dei prezzi che la crescita della domanda europea garantirà, puntando così a rafforzare le proprie entrate.

Il problema dei chip

Di pari passo, prosegue Il Sussidiario stanno subendo un rincaro “i costi dei trasporti, e a cascata quindi i costi dei prodotti lievitano fino ad incidere sulle tasche dei consumatori”, livellando le prospettive sistemiche di ripresa. Quello che il Financial Times ha definito “superciclo” delle costruzioni aggiunge pressioni inflative e mostra una palese fragilità delle catene del valore che rafforza il problema ormai strutturale della carenza dei chip, vera e propria croce per la ripresa della produzione nei settori tecnologici. Computer, cellulari e automotive sono i campi in cui maggiormente queste carenze impatteranno.

Per ultima a subirne le conseguenze è stata Stellantis che dopo gli stop alla produzione di Pomigliano, e del polo Sevel di Atessa ha fatto slittare la riapertura di Melfi e vede a rischio l’1% della sua produzione. La somma di tante di queste piccole, medie e grandi strozzature potrà alla lunga avere ripercussioni sulla crescita che oggigiorno non sono ancora prevedibili. Questo a testimonianza del fatto che per il post-Covid sarà interessante puntare a una crescita qualitativa prima che a una meramente quantitativa: “rimbalzi” e picchi di domanda e crescita saranno inutili se la crescita non si distribuirà armonizzandosi con le catene del valore e i flussi industriali garantendo sistematicamente la difesa della produzione, dello sviluppo, dell’occupazione sul medio e lungo periodo. Una quadratura del cerchio che oggi appare sempre più complessa, Covid o non Covid.

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