La corsa all’Africa 2.0: la Cina costruisce, la Russia divide, la Ue balbetta. Intanto gli africani… 

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140 anni fa a Berlino, cuore dell’Europa, uomini eleganti e rispettabili si riunirono attorno a un tavolo per stabilire le regole di un nuovo interessante gioco. Quegli uomini impettiti erano i rappresentanti delle più grandi potenze europee, a quel tempo potenze mondiali, e le loro decisioni alla Conferenza di Berlino del 1884 diedero inizio a quella che verrà poi rinominata “La corsa all’Africa”. Essenzialmente in quel meeting diplomatico si stabilirono delle regole, proprio come in un gioco da tavolo. Sulla scatola vi era scritto “Corsa all’Africa”. Negli ultimi anni il gioco è tornato sul mercato con un nome leggermente modificato “La nuova corsa all’Africa”. In questa versione aggiornata non è solo il nome ad essere diverso, ma anche i giocatori, gli obiettivi e di conseguenza le strategie per vincere. 

Nella “vecchia” corsa all’Africa le pedine venivano divise solamente tra i Paesi europei. Francia e Regno Unito erano gli avversari più temibili. L’intento era espandersi nel continente africano per bilanciare i poteri in Europa. L’obiettivo ultimo e definitivo? Nessuno doveva acquisire una posizione di dominanza rispetto agli altri. Come in tutti i giochi che si rispettino – Monopoli docet – vi erano anche degli imprevisti. Un esempio? Le popolazioni locali. A mano a mano che “la corsa all’Africa” procedeva e i nostri giocatori conquistavano nuovi territori, il livello di difficoltà aumentava e gli imprevisti diventavano sempre più frequenti. Fortunatamente per i giocatori della prima versione del gioco, le popolazioni indigene soffrivano di un grandissimo svantaggio tecnologico e culturale.

Torniamo però ora alla nuova versione del gioco, una versione più complessa, così diversa dalla prima che forse meriterebbe anche un nuovo titolo. I giocatori ora sono più variegati. I Paesi europei continuano a farne parte ma sotto una forma diversa: non giocano più uno contro l’altro ma si sono uniti in un’unica coalizione, l’Unione Europea. Le altre pedine sono divise tra Cina, Russia, Stati Uniti, ma anche Emirati Arabi e gli stessi Paesi africani, che da oggetti passivi si sono trasformati in soggetti attivi. Una novità interessante della nuova versione è che non tutti i giocatori condividono gli stessi obiettivi, questo crea inevitabilmente due diversi piani d’azione. Da una parte c’è chi cerca di costruire alleanze solide e dialoghi fruttuosi con i Paesi africani, considerando il crescente ruolo del continente all’interno delle dinamiche globali. Dall’altra c’è chi adotta la strategia di sfruttare le instabilità che ancora caratterizzano molte zone, come ad esempio quella del Sahel, per avere un vantaggio strategico in altri giochi di potere che però avvengono al di fuori dell’Africa. Due diversi obiettivi che riflettono due diverse strategie. 

Lo sguardo al futuro

L’Unione Europea e la Cina hanno deciso di guardare in prospettiva. Se si guarda al futuro l’Africa lo rappresenta a pieno. Basti pensare alla demografia: la Commissione Europea prevede che nel 2070 la quota della popolazione europea nel mondo sarà del 4% mentre le stime delle Nazioni Unite indicano che nel 2050 un abitante su quattro del pianeta sarà africano. Il capitale umano non va inteso solo in termini numerici, ma anche, e soprattutto, di capacità. Una delle più grandi sfide del futuro, un futuro molto prossimo, sarà l’intelligenza artificiale: uno studio del McKinsey Global Institute riporta che entro il 2030, almeno il 14% dei lavoratori a livello globale potrebbe aver bisogno di cambiare la propria carriera a causa della digitalizzazione e degli avanzamenti nell’AI.

Se i Paesi europei sembrano in difficoltà davanti a questa rivoluzione incombente che implica un processo di transizione drastico nel mercato del lavoro, i paesi africani, invece, si stanno già preparando. Un servizio dell’Economist “How Africa could one day rival China” mostra come in Etiopia le generazioni Z e Alfa “stiano imparando a essere più “smart” delle macchine e stiano sviluppando tutte quelle competenze necessarie per essere competitivi sul mercato del lavoro nei prossimi dieci anni” frequentando scuole di coding in orario extra-scolastico. Il continente che per secoli è stato vittima di dinamiche esterne ora si sta prendendo la sua rivincita. Quei Paesi europei che oggi cercano in tutti i modi di ingraziarsi con finanziamenti e summit i Paesi africani sono invece in declino. La coalizione si sta mostrando inefficiente nel far fronte alle nuove sfide globali e in politica estera è incapace di imporre la propria visione in maniera decisa a causa di una crescente preoccupante sudditanza nei confronti di Washinton: i fallimenti nella gestione della guerra in Ucraina e in Medio Oriente sono solo gli esempi più recenti. Le partnership con gli emergenti Paesi africani, dunque, sono viste come un’opportunità per recuperare, almeno in futuro, un ruolo centrale. 

La Cina, al contrario, è attualmente un attore dominante: dal punto di vista economico si è conquistato il titolo di maggiore esportatore globale, dal punto di vista politico Pechino sta costruendo un’immagine di mediatrice che la sta rendendo preferibile a Washington. Gli Stati Uniti hanno ormai accumulato troppi fallimenti in politica estera – si può partire dal Vietnam nel pieno della Guerra Fredda per arrivare alla più recente ritirata dall’Afghanistan o all’ancora più fresco cieco sostegno all’Ucraina e ad Israele. Una reputazione in declino che favorisce la controparte cinese, la quale è anche molto abile a sfruttare quel retaggio anti-imperialista che l’accomuna ai paesi africani.

Nel Forum sulla Cooperazione China-Africa del 2021 Xi Jinping ha affermato che le relazioni sino-africane sono esemplari perché “entrambe le parti hanno costruito un’indistruttibile amicizia fraterna nella lotto contro l’imperialismo e il colonialismo”. Se Pechino vuole preservare un ruolo di potenza, deve assicurarsi alleanze solide con chi sta emergendo come prossimo attore dominante nel futuro, cioè l’Africa, e il comune passato anti-coloniale non basta. Ecco che prestiti e la “infrastructure diplomacy”, quindi massicci progetti infrastrutturali, si stanno rivelando delle strategie vincenti tant’è che il Griffith Asia Institute ha stimato che il coinvolgimento totale della Cina in Africa è stato di 21,7 miliardi di dollari nel 2023, il che rende il continente africano il principale destinatario degli investimenti cinesi. Non si parla solo di costruire strade, ponti e strutture ma anche di donazioni più simboliche o meglio dire strategiche come la costruzione del parlamento dello Zimbabwe inaugurato lo scorso anno. Tali progetti non fanno altro che aumentare il consenso popolare verso la crescente presenza cinese e la legittimità data dal popolo è l’unico vero lasciapassare per relazioni solide e durature. 

Competizione di lunga data

L’altra strategia che alcuni giocatori adottano nella “Nuova Corsa all’Africa” è promuovere instabilità nelle zone più fragili del continente. Bisogna fare una premessa: la prima versione del gioco ha lasciato degli strascichi. Quando le potenze europee della Conferenza di Berlino conquistavano i territori non prestavano troppa attenzione alle dinamiche locali. I nativi che loro consideravano indistintamente selvaggi da civilizzare in realtà erano divisi in tribù, ognuna con la propria organizzazione interna e le proprie tradizioni. L’imposizione di confini che non tenessero minimamente in considerazione le differenze etniche e culturali di queste tribù ha causato conflitti locali e instabilità che in alcune zone perdurano ancora oggi. Pensiamo al Sahel, una delle regioni ad oggi notoriamente più instabili per via di una serie di colpi di Stato che negli ultimi anni hanno portato all’instaurazione di regimi militari. Questa crisi sta causando dei flussi migratori insostenibili per i paesi europei che da anni cercano di instaurare partnership con i locali.

In un intervento all’EYE di Forlì tenutosi il 18 maggio scorso Emanuela del Re, rappresentante speciale dell’Unione Europea per il Sahel, ha dichiarato esplicitamente che “c’è bisogno di leadership stabili per avere dialoghi di successo perché l’instabilità è la causa del fallimento di progetti di sviluppo e cooperazione”. Per alcuni l’Africa è ancora uno strumento per ottenere un vantaggio strategico sui propri nemici. La Russia è l’esempio calzante. Il supporto ai colpi di Stato militari del Gruppo Wagner prima e degli Africa Corps ora, combinato a campagne di disinformazione anti-occidentali, sono lo strumento perfetto per minare le relazioni tra UE e la regione del Sahel andando così a indebolire ancora di più un’Europa già barcollante. 

È sempre più evidente che “La nuova corsa all’Africa” sia un termine improprio per il nuovo gioco che sta avendo luogo nel continente. Se nella prima corsa all’Africa i giocatori erano ben definiti così come l’obiettivo e le strategie ora tutto si è complicato. Ognuno vede nell’Africa opportunità diverse: chi un alleato e partner solido per il futuro, chi ancora uno strumento da sfruttare per competizioni di lunga data in cui l’Africa non c’entra nulla ma di cui è vittima. Sono subentrati nuovi giocatori e quelli che avevano preso parte alla prima versione del gioco hanno cambiato i connotati. Quelli che erano degli imprevisti, le famose tribù locali, ora sono soggetti attivi, affamati di riscatto e consapevoli del loro diritto di essere padroni e artefici del proprio destino. In un servizio per la BBC il segretario di Stato Antony Blinken afferma che “tutti i progressi che cerchiamo di fare nel mondo per il nostro popolo non possono essere fatti senza Africa”.

Le parole sono del segretario di stato americano ma potrebbero essere valide per chiunque. L’Africa è ricchissima di risorse naturali fondamentali per la transizione energetica e dispone di un giovanissimo capitale umano in continua crescita che ha una grandissima voglia di farsi valere (pensiamo ai bambini etiopi che nel loro tempo libero vanno a lezioni di coding). L’Africa con o senza di noi è destinata a essere il futuro, a essere lei a stabilire le regole del prossimo gioco. Quello che c’è da capire ora è se gli altri attori in campo riusciranno ad aggiudicarsi un posto al tavolo dei giocatori o se cadranno vittime del nuovo gioco. Ma questo ce lo potranno dire solo le prossime partite.