Il decreto liquidità del governo Conte inizia già a essere depotenziato: tra carenza di coperture, difficoltà negli stanziamenti diretti e garanzie cautelative la potenza di fuoco della manovra che stanzia, sulla carta, oltre 200 miliardi per coprire i prestiti alle imprese in una prima fase ne vedrà mobilitati una porzione ridotta.

Banca d’Italia ha espresso le sue più profonde perplessità sulla misura per bocca di Paolo Angelini, capo del dipartimento vigilanza bancaria e finanziaria della Banca d’Italia, che rispondendo a un quesito mosso dal senatore Andrea De Bertoldi, capogruppo di Fratelli d’Italia, nel corso di un’audizione alla commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema finanziario ha sottolineato le criticità evidenziate da Via Nazionale. Secondo Angelini, riporta Italia Oggi, la leva finanziaria che l’esecutivo ha messo in campo non è adatta a soddisfare un previsto fabbisogno di almeno 200 miliardi di euro: “Il miliardo di euro messo dal decreto a copertura degli interventi della Sace spa e del fondo di garanzia pmi, a cui si affianca un ulteriore miliardo preesistente in dotazione alla Sace, sono molto lontani dal coprire il plafond necessario per erogare la mole di finanziamenti” prevista dal decreto.

E quello dell’esponente di Via Nazionale è stato solo il primo di molti “siluri” al decreto. Il Fondo di Garanzia per le Pmi gestito dal Microcredito centrale ha deciso di chiedere un accantonamento di tre euro per ogni euro di prestito erogato nella fascia libera da condizionamenti inferiore a 25mila euro per richiesta. Un accantonamento di questo tipo significa che a fronte di una dotazione di 1,72 miliardi di euro il Mcc stanzierà 5,16 miliardi di euro di garanzie come soglia massima. Questo per evitare che un’ondata massiccia di default su questi prestiti porti all’insolvenza il fondo stesso.

Il fabbisogno di prestiti stimato dalla Banca d’Italia è, a detta di Angelini, pari a 50 miliardi di euro per il periodo marzo-luglio 2020: la copertura pubblica è oggigiorno ben al di là dal garantirlo. Anche un’impresa performante e ben strutturata come Sace non può fare miracoli. La controllata della Cdp, che darà le garanzie per le imprese più grandi, è stata incaricata di gestire “Garanzia Italia”, il processo di copertura e assicurazione di finanziamenti e prestiti per un ammontare massimo di 200 miliardi di euro. Per le professionalità di cui dispone e per la sua esperienza come agenzia di credito all’export  Sace può arrivare a una leva notevole, circa venti a uno: in questo caso, dato il miliardo di dotazione, ciò significa che le aziende impegnate a esportare i propri prodotti potranno chieder garanzie fino a 20 miliardi alla partecipata di Cdp.

Il totale fa poco più di 25 miliardi di euro: in termini assoluti non una massa di risorse indifferente, ma di fronte alla marea montante della crisi economica le necessità reali sono molte di più. Parliamo di un ottavo dei 200 miliardi inizialmente annunciati e un sedicesimo dei 400 miliardi di euro che Conte prefissava come obiettivo finale. Servirebbe, come minimo, aumentare di una decina di miliardi le dotazioni di Sace per garantire, in linea teorica, il pieno assolvimento delle tabelle di marcia operative del gruppo. Al prezzo più che probabile di destabilizzare l’architettura operativa di un’azienda abituata a lavorare in maniera eccellente, ma su scala molto più bassa.

Quel che emerge, insomma, è una gran confusione. Se i calcoli di Banca d’Italia sono veri, il decreto liquidità ben presto potrebbe esser sorpassato dalla realtà dei fatti, da una mole di richieste per prestiti doppia rispetto alle capacità operativa. Svelando il trucco contabile di un’operazione a indebitamento prossimo allo zero e dall’incisività tutta da dimostrare.

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