Yannis Varoufakis in queste settimane è molto aperto al confronto con i media italiani, e ha un bersaglio preciso: Mario Draghi. Prima ai microfoni di Radio Popolare e poi in un’intervista al Fatto Quotidiano l’ex ministro delle Finanze greco e fondatore di Diem 25 si è espresso in maniera critica sull’ascesa a Palazzo Chigi dell’ex governatore della Bce, definendolo nel primo caso come un uomo “al servizio dell’ordine finanziario” di Bruxelles, Francoforte e Berlino che “eseguirà tutti i loro imperativi” e caricando a testa bassa nel secondo sul comportamento tenuto da Draghi verso il suo Paese nel 2015. Draghi, ricorda Varoufakis, è stato accusato dal governo greco di aver delegittimato l’esecutivo di Alexis Tsipras tagliando fuori a inizio febbraio le banche greche dalle linee di credito e facendo pressione per evitare che Atene sfuggisse dai memorandum firmati con la Troika nell’estate successiva.

Ma la sinistra radicale non è l’unico mondo da cui Draghi, su scala europea, ha ricevuto critiche. Nel momento del suo insediamento dopo la chiamata da parte di Sergio Mattarella, in Germania la Bild, quotidiano solito parlare alla “pancia” dei tedeschi, ha ironizzato sull’ascesa al potere del “Conte Draghila” accusato di aver, in passato, succhiato il sangue ai connazionali con le politiche monetarie espansive; la Frankfurter Allgemeine Zeitung, quotidiano di riferimento del mondo finanziario germanico, ha invece chiosato sottolineando di “non aspettarsi miracoli” dall’uomo del Whatever it takes.

Questi due casi esemplificano la natura estremamente complessa del giudizio sull’operato di Mario Draghi alla guida della Banca centrale europea, un giudizio sulla cui effettiva costruzione si fonda, in sostanza, la visione che diversi ambienti politici, economici e mediatici hanno del nuovo premier italiano. Raramente era successo che una figura tanto apicale in una grande istituzione internazionale passasse in seguito a un ruolo istituzionale nel suo Paese d’origine, a meno che si parlasse di figure di precedente estrazione politica (come è stato il caso di Romano Prodi). E l’eterogeneità di giudizi sul lungo mandato di otto anni con cui Mario Draghi, dal 2011 al 2019, ha condotto la Bce testimonia la complessità e la rilevanza di un incarico che sarebbe ingenuo definire estraneo alla politica.

Draghi è stato un governatore della Bce divisivo e innovativo. Ha ereditato i limiti e le problematiche della gestione di Jean-Claude Trichet, il banchiere francese suo predecessore che seppe avviare timidissime operazioni monetarie espansive (le Outright monetary transitions) ma incappò in errori macroscopici come l’aumento del tasso d’interesse europeo nel 2011 che avviò la tempesta dello spread sull’Italia. Ha dovuto barcamenarsi tra la tenacia del partito del rigore a guida tedesca, che non concedeva sconti sull’austerità, e la disorganizzazione dei Paesi del Sud sul fronte politico. Pragmaticamente, con il discorso del “Whatever it takes” nel 2012 e con l’avvio del quantitative easing tre anni dopo Draghi ha preso atto del fatto che un’Unione Europea costretta al rigore senza nemmeno il ristoro di uno stimolo monetario continuo era destinato all’implosione. E ha creato le condizioni politiche perché nell’Unione venissero importate le politiche monetarie espansive che Paesi come Giappone, Regno Unito e Stati Uniti praticavano già da anni su vasta scala per rispondere alla Grande Recessione.

Del resto anche il Premio Nobel Joseph Stiglitz nel 2016 riconosceva che consentire maggiore flessibilità nella variazione dei valori della moneta unica aumentando la base monetaria rappresentava uno dei pochi strumenti rimasti a disposizione dell’Unione per salvare l’euro e le sue economie asfissiate dalla crisi.

Né funambolo né improvvisatore, Draghi ha avuto in mente un preciso progetto politico: trasformare l’Eurotower nell’autorità commissaria per eccellenza dell’Unione, spezzare le indecisioni e il pantano venutosi a creare puntando sull’agilità esecutiva garantita alla Bce, il cui governatore può attuare politiche in maniera meno ingessata della Commissione, e fornire un controbilanciamento all’ideologia tedesca del rigore.

Complessivamente, la Bce nell’era Draghi ha investito 2,15 trilioni di euro e diretto 362 miliardi verso i titoli italiani, tra i più sostenuti, espandendo oltre i 4mila miliardi il suo bilancio. Un diluvio di denaro che ha, senz’altro, ridotto i tassi di sconto, che ha funzionato da antidoto all’austerità e restituito fiducia alle economie. Anche il rivale per eccellenza di Draghi, il ministro delle Finanze di Angela MerkelWolfgang Schauble alla cerimonia d’addio del banchiere romano ne ha riconosciuto i meriti e la visione, e salutandolo come il salvatore dell’euro. Ma da chi, in fin dei conti, Draghi ha salvato l’euro? Dal rigorismo tedesco, ça va sans dire. E per farlo ha dovuto mettere in campo un progetto politico-finanziario capace di apparire positivo anche per Berlino e i suoi partner nordici oggi riuniti nella Nuova lega anseatica.

Va da sé che l’obiettivo di Draghi era salvare l’euro, non le economie dell’Eurozona. Non avrebbe del resto potuto farlo, mancando la Bce di uno strumento per il finanziamento diretto dei deficit nazionali. E i limiti del quantitative easing che i tedeschi hanno (con grande ipocrisia!) a lungo stigmatizzato come un regalo sostanziale alle “cicale” del Sud Europa sono invece legati principalmente al fatto che esso ha fornito un volano alla Germania per consolidarsi in Europa. Portando buona parte dei denari lontano dall’economia reale, nel gioco finanziario, e favorendo con la svalutazione dell’euro la piattaforma commerciale tedesca.

Vengono in questo modo meno le dure critiche provenienti da Paesi che si trovano agli antipodi nel contesto degli equilibri di potere europei. Dalla fragile e depauperata Grecia, Varoufakis ha accusato Draghi di essere un esecutore, quasi un sicario per conto dell’Europa per l’economia italiana. Nulla di più fuorviante. Chiaramente, ampi sistemi di potere su scala globale riconoscono in Draghi un loro insider e dalle cerchie politiche di Bruxelles a quelle della finanza internazionale il nuovo premier è considerato un punto di riferimento. Ma di questi gruppi di potere Draghi è, semmai, un uomo di punta e non un portavoce. Al contempo, la Bild esagera nel paragonare Draghi a un Dracula intento a prosciugare l’economia tedesca con le politiche monetarie espansive. Pur in un contesto di stagnazione della domanda interna, il Qe ha tenuto a livello elevato, sopra il 45% il rapporto tra le esportazioni tedesche e il Pil in un contesto segnato da un euro sempre più competitivo perché svalutato dalla politica monetaria espansiva.

Come ogni progetto politico, quello di Draghi è occorso in contrasti e in errori. Più volte la fronda nei suoi confronti in seno alla Bce è venuta da Jens Weidmann, inflessibile falco tedesco del rigore a capo della Bundesbank, a cui si sono accodati i governatori di Paesi come Olanda e Finlandia. E sul fronte greco, Varoufakis non ha torto a ricordare come controversi lo stop alle linee di credito che mise in difficoltà le banche greche e l’allineamento di Draghi alla Commissione Juncker e al Fmi in occasione del referendum del 2015.

Purtroppo per Atene, il quantitative easing della Bce non era nel primo caso ancora iniziato (sarebbe partito a inizio marzo 2015) e stava, nel secondo, iniziando a far dispiegare i propri effetti: dunque il governatore della Bce necessitava del capitale politico negoziale per poter dar forma al suo progetto. Sul fronte politico e umano siamo assolutamente comprensivi del dramma del popolo greco e capiamo anche la frustrazione e lo scoramento di chi, come Varoufakis, si è trovato defenestrato dal governo che ha finito per applicare i più violenti e duri memorandum di austerità. E la Bce ha a lungo trattato Atene in maniera meno comprensiva anche sul fronte dell’acquisto titoli rispetto a quanto fatto con gli altri Paesi mediterranei.

Ma non possiamo dare a Draghi tutte le colpe di questo processo, iniziato sei anni prima con la commissione Barroso e Trichet e già avviato da tempo quando, tra il 2012 e il 2015, Draghi ha spostato verso la Bce il baricentro della politica europea. Responsabilità ed errori si riconoscono e vanno identificati: ma nella carriera di una figura istituzionale essi sono l’ordinarietà e, nel quadro di Draghi, si inseriscono in un bilancio complesso. Che, è bene ricordarlo, è frutto del lavoro compiuto con gli strumenti operativi e la potenza di fuoco di un’istituzione come la Bce. Ben diversa da quelli di cui può avvalersi lo Stato italiano.

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