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Nella guerra tecnologica continua che divide la Cina e gli Stati Uniti Pechino ha recentemente deciso di reagire alle manovre americane per fermare il flusso di microchip avanzati, componentistica e macchinari strategici dell’industria dei semiconduttori verso la Repubblica Popolare.

Chip e terre rare, il braccio di ferro Cina-Usa

Dopo che nella giornata del 2 dicembre Gina Raimondo, segretaria al Commercio dell’uscente amministrazione Biden, ha comunicato nuovi controlli all’esportazione per macchinari per la produzione di chip potenzialmente utilizzabili a fini militari e di memoria avanzata ad alta larghezza di banda (Hbm), asset fondamentale per chip per l’intelligenza artificiale come quelli di Nvidia, Pechino ha risposto sulle materie prime critiche con delle contro-sanzioni. La Cina colpirà le materie prime critiche decisive per la manifattura tecnologica e il suo export verso gli Usa.

Il ministero del commercio cinese ha preso nettamente posizione nella giornata del 3 dicembre, comunicando che il governo di Xi Jinping aveva deciso di bandire l’esportazione negli Stati Uniti di ogni dispositivo contenente gallio, germanio, antimonio e ristretto le licenze per l’export di grafite. Si prepara inoltre un sostanziale controllo dell’export di terre rare

Come sottolinea il Financial Times, “i minerali e i metalli sottoposti a embargo vengono utilizzati nella produzione di semiconduttori e batterie, nonché di componenti per apparecchiature di comunicazione e di materiale militare, come le munizioni perforanti”.

Nel quadro di una crescente rivalità geopolitica sulle tecnologie critiche, ricorda il Ft, “la Cina aveva già rafforzato i controlli sulle esportazioni in risposta alle sanzioni più severe sui chip da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati”, tanto che “le attuali restrizioni alle spedizioni di germanio e gallio hanno portato a un aumento quasi doppio dei prezzi dei minerali” oggetto di embargo. Mentre da un lato negli Usa 140 aziende cinesi erano aggiunte alla entity list sotto scrutinio per ottenere licenze per l’esportazione, dall’altro il governo di Xi Jinping ha colpito a un livello più basso, ma fondamentale della catena del valore tecnologica.

Una sfida a tutto campo sulla tecnologia

La Cina, in quest’ottica, è colpita dagli Usa nei settori in cui Washington intende plasmare la sua superiorità tecnologica: i chip per l’Ia, l’applicazione militare delle nuove tecnologie, i semiconduttori più performanti.

A colpi di sussidi (Chips Act), sconti fiscali e politiche di attrazione agli investimenti gli Usa vogliono plasmare catene del valore resistenti alla possibilità di interfacciarsi con Paesi rivali come la Repubblica Popolare. Un processo su cui non ci sarà discontinuità tra Joe Biden e l’entrante Donald Trump, ma che non riduce la dipendenza dall’Asia e da colossi come la taiwanese Tsmc e la sudcoreana Samsung, centrali per la manifattura, e a cui Pechino reagisce “militarizzando” il commercio di quei materiali di cui domina la produzione mondiale e provando a colpire alle spalle l’attivismo americano. Nel mezzo, settori come quello dei macchinari per l’industria dei chip e la litografia dove la competizione per la leadership è ampia.

La battaglia per la supremazia tecnologica sembra un confronto tra gladiatori dell’antichità, dove ogni contendente ha la sua propria tecnica per fermare la corsa dell’avversario alla costruzione di macchinari e asset più performanti, più scalabili, più utili per le applicazioni industriali, sociali, militari. Con buona pace del clima di collaborazione della vecchia globalizzazione, è proprio il settore a più alto valore aggiunto e in cui è maggiore la teorica sinergia tra le due maggiori potenze planetaria a essere terreno conteso a colpi di uso geopolitico del diritto e sfruttamento delle sanzioni commerciali come arma. Prima del libero scambio vengono sicurezza e interesse nazionale: questo, ormai, a Washington e Pechino lo si dice ad alta voce.

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