È finita la pacchia per i paperoni cinesi che, nel corso degli ultimi anni, avevano trasferito le loro ricchezze nei trust offshore ,nel tentativo di evadere le tasse e accrescere i propri patrimoni. Lo scorso 24 luglio Pechino ha varato nuove norme secondo le quali i trasferimenti di beni verso un trust situato in un Paese terzo sono considerati come vendite, e dunque soggetti a un’imposta sulle plusvalenze del 20%. Anche gli utili generati dai trust o dalla sua liquidazione d’ora in avanti saranno tassati del 20% annuo.
Non solo: le misure volute da Xi Jinping si applicheranno retroattivamente a partire dal 2023 con l’adeguamento richiesto dalle autorità da completare entro 90 giorni. In altre parole, il governo cinese ha deciso di attuare una stretta fiscale sui patrimoni detenuti oltre la Muraglia dai suoi cittadini più abbienti.
Il motivo? Impedire deflussi di capitali ma anche ridurre il deficit di bilancio nazionale. Le cifre in ballo sono enormi. Secondo un rapporto della società di consulenza Bcg parliamo di un tesoretto di circa 1.200 miliardi di dollari, un patrimonio detenuto da individui residenti nella Cina continentale ma investito in mercati offshore come Hong Kong, Singapore e altre giurisdizioni a bassa tassazione.
La stretta di Xi sui trust offshore
I trust offshore sono strutture giuridiche costituite in Paesi che offrono regimi fiscali particolarmente favorevoli. Consentono a una persona, spesso molto facoltosa, di trasferire all’interno del trust la proprietà di beni e patrimoni (dal denaro agli immobili, passando per azioni, opere d’arte e altri asset) che vengono poi amministrati da un trustee secondo le regole stabilite dallo stesso trust, nell’interesse dei beneficiari indicati dal disponente.
Il meccanismo è abbastanza semplice: il disponente trasferisce i propri beni al trust, il trustee li gestisce secondo quanto previsto dall’atto istitutivo e i beneficiari ricevono i vantaggi economici stabiliti. Il trust è insomma una sorta di contenitore attraverso cui organizzare e proteggere un patrimonio.
Ma a cosa serve un meccanismo del genere? Per esempio, a proteggere il patrimonio da eventuali creditori o controversie, a pianificare la successione, a garantire un certo grado di riservatezza sulla titolarità dei beni.
Tornando alla Cina, la stretta di Xi ha il chiaro obiettivo di ridurre le possibilità di elusione fiscale, in linea con la volontà del governo cinese di contrastare il fenomeno tra i super ricchi – con i loro redditi non dichiarati all’estero – e ai principali influencer online. La nuova norma ha già mandato in paranoia i paperoni cinesi, impegnatissimi a raccogliere liquidità, valutare le proprie passività e riorganizzare gli investimenti prima che sia troppo tardi.
L’obiettivo della Cina
La mossa di Pechino sui trust offshore ha alimentato il timore che il Partito Comunista Cinese possa intensificare la stretta fiscale e il controllo sui patrimoni offshore dei suoi cittadini. Può essere vero, anche se la vera intenzione di Xi non consiste tanto nell’accanirsi sui ricchi quanto ridurre le disparità economiche generate dall’evasione fiscale e conseguire l’obiettivo della prosperità comune.
C’è un altro aspetto da considerare. La Cina ha bisogno di colmare un deficit di bilancio in continuo aumento. Come ha spiegato Le Monde, nel 2025 le entrate derivanti dall’imposta sul reddito delle persone fisiche hanno fatto segnare un +11,5%. Non basta, però, perché il gigante asiatico sta incrementando la spesa militare, aumentando il capitale azionario delle banche statali più rilevanti e sostenendo i nuovi settori strategici.
Il risultato è che la spesa pubblica è schizzata alle stelle. Le previsioni parlano di un deficit del bilancio centrale pari al 4% del pil nel 2026, pari a 5.090 miliardi di yuan (circa 655 miliardi di euro), in netta crescita rispetto ai 180 miliardi di yuan del 2008 (all’epoca quasi lo 0,6% del pil). Il lavoro sarà lunghissimo. Kpmg stima infatti che oltre la metà degli individui più ricchi della Cina utilizzi trust familiari offshore per gestire il proprio patrimonio.