La guerra economica sui minerali critici e le terre rare è una partita commerciale e strategica in continuo sdoganamento attorno cui si giocano interessi geopolitici, industriali, diplomatici a tutto campo ed una componente fondamentale del caos della globalizzazione plasmato dalla rivalità Usa-Cina. Dalle terre rare al cobalto, passando per coltan, litio e altri asset critici, sono molti i tesori del sottosuolo attorno cui Washington e Pechino competono per controllare filiere e produzione.
La partita in più atti è stata animata nei mesi scorsi dalla Cina con la spinta a “militarizzare” l’export di terre rare, come ha ricordato l’analista Gianclaudio Torlizzi, in risposta all’offensiva tariffaria americana. A maggio, dopo che Donald Trump aveva imposto i dazi reciproci sulla Cina e fatto partire l’escalation tariffaria, Pechino ha risposto asimmetricamente tagliando l’export di terre rare di cui controlla la filiera di lavorazione, sceso del 76% in generale da aprile e del 92% verso gli Usa. La notizia va letta in parallelo al blocco dei passaporti dei professionisti del settore, per non sottrarli alla forza lavoro nazionale.
Se “le precedenti sanzioni imposte dalla Cina contro gli Stati Uniti – tra cui l’inserimento nella lista nera delle aziende del settore della difesa e l’imposizione di regimi di licenza per alcune esportazioni di minerali – sono state più un segnale politico che una sostanza economica”, ha scritto Chris Miller sul Financial Times, al contrario “i nuovi controlli sull’esportazione di terre rare e magneti sono diversi. In poche settimane hanno minacciato di chiudere fabbriche-chiave dell’industria automobilistica” e “hanno anche costretto il presidente degli Stati Uniti a ripensare la sua iniziativa più importante: la guerra commerciale”.
L’autore di Chip War, saggio fondamentale per comprendere le rivalità tecnologiche tra Washington e Pechino, sa che la Cina può colpire dove fa più male bloccando l’export perché “i produttori parlano di resilienza, ma alcuni conservano nei loro inventari una scorta di magneti in terre rare sufficiente solo per una settimana”.
Il docente di Storia internazionale alla Fletcher School della Tufts University, nel Massachusetts riprende un tema chiave che nelle scorse settimane abbiamo analizzato commentando il freno di Trump ad alcune consegne militari all’Ucraina, fondamentalmente legato al cambio di priorità (prima il confronto nel Pacifico con la Cina) e anche, se non soprattutto, al timore di una carenza industriale di prodotti critici per l’industria militare capace di frenare le catene di fornitura.
Non a caso è di ieri la notizia che per porre rimedio alle carenze e alle dipendenze dalla Cina gli Usa hanno deciso di entrare direttamente in campo nella ricostruzione di una filiera autonoma con l’annuncio da parte del Pentagono dell’acquisto del 15% di MP Materials, azienda che opera nella raffinazione di terre rare e nella produzione di magneti, per 400 milioni di dollari.
Un raro caso di intervento americano con fondi pubblici nel capitale di una società privata che mostra l’attenzione securitaria della superpotenza per approvvigionarsi di terre rare contribuendo al capitale del titolare dell’unica miniera americana di queste risorse, che si trova in California. Anche l’industria è sicurezza nazionale e il Pentagono investirà miliardi di dollari per un nuovo impianto di MP Materials pronto a entrare in operatività nel 2028. Le dipendenze sistemiche di Washington preoccupano i decisori che passano ai rimedi. E all’ombra della guerra mineraria anche il capitalismo si fa sempre più “politico”.
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