Ci hanno ripetuto a più riprese che la guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina avrebbe creato problemi economici a tutto il mondo, ma soprattutto che Washington e Pechino non si sarebbero fatti male sul serio perché i due paesi non avevano un vero interesse nell’annientarsi commercialmente a vicenda, visto che il successo del mercato americano dipendeva dal successo del mercato cinese e viceversa. Se la prima previsione si è rivelata azzeccata, con gli Stati Uniti che si stanno leccando le ferite per i danni provocati al comparto agroalimentare e la Cina costretta ad aumentare il prezzo di numerosi alimenti, lo stesso non può dirsi della seconda affermazione. La correlazione che fino a pochi anni fa legava a doppia mandata l’economia cinese a quella americana è ormai implosa, e quel vecchio legame si sta sciogliendo come neve al sole. La Cina si è staccata dagli Stati Uniti e adesso inizia a camminare con le proprie gambe; gli Stati Uniti, dall’altra parte, hanno scelto di puntare su una forte autarchia.

Pechino non è più il primo partner commerciale di Washington

La conferma dell’allontanamento economico di Cina e Stati Uniti arriva dai dati ufficiali pubblicati dal dipartimento del Commercio Usa, e sta nel fatto che Pechino non è più il primo partner commerciale di Washington. Le importazioni americane dal Dragone sono calate del 12% nella prima metà del 2019; allo stesso tempo le esportazioni statunitensi verso l’ex Impero di Mezzo si sono ridimensionate attorno al 18%. È evidente, dunque, che il mercato americano non dipende più dall’afflusso di merci cinesi a basso costo. In ogni caso la bilancia commerciale tra i due paesi continua a penalizzare gli Stati Uniti, con il deficit aumentato del 7,9% su base annua tra il luglio e il gennaio di quest’anno. Dal punto di vista cinese, il distacco dagli Stati Uniti è visto come una prova della “maggior resilienza economica della Cina”, un paese che adesso può contare su una struttura commerciale diversificata e ottimizzata.

La mossa della Cina: yuan svalutato

Intanto però c’è da fare una riflessione sul tasso di cambio monetario dello yuan. La moneta cinese si è indebolita superando la cosiddetta soglia psicologica di 7 dollari; il che significa che per fare un dollaro servono 7 yuan. Secondo la Banca popolare cinese il deprezzamento della valuta è stato causato dal protezionismo statunitense, ma ha anche assicurato di poter mantenere stabile il tasso di cambio per garantire un livello di equilibrio ragionevole. In realtà la svalutazione della moneta è la risposta della Cina alla decisione di Trump di imporre nuovi dazi su beni cinesi; svalutando lo yuan si allontanerebbe l’accordo commerciale con gli Stati Uniti e sarebbe più semplice importare prodotti cinesi. I dazi americani sarebbero così vanificati.

L’incubo di una guerra valutaria

Il rischio è che la guerra commerciale possa proseguire sui binari di una guerra valutaria parallela. I funzionari americani hanno dichiarato infatti che uno yuan troppo debole renderebbe le esportazioni cinesi così economiche da danneggiare tutti i concorrenti stranieri. L’effetto principale di questa situazione sarebbe il gonfiarsi del surplus commerciale di Pechino. Proprio quello che gli Stati Uniti stanno cercando di evitare. Insomma, Washington ha imposto nuovi dazi sulle merci cinesi; la Cina ha risposto limitando l’importazione di beni agricoli dagli Usa e svalutando lo yuan. Uno pari e palla al centro.