La Cina non vuole che le entità finanziarie cinesi partecipino alla fuga di capitali dalla Russia e ha introdotto precise restrizioni sull’uscita di prodotti denominati in yuan dal Paese guidato da Vladimir Putin nella direzione di Unione europea, Stati Uniti e Svizzera. L’estensione è stata estesa anche agli operatori russi che detengono asset denominati in yuan.

“L’emittente statale russa Rbc e Frank Media, un organo di stampa russo focalizzato su finanza ed economia, hanno riferito di notifiche da parte delle banche russe sulle restrizioni. I trasferimenti di yuan possono ora essere effettuati solo dalle banche del gruppo Bank of China“, nota Meduza. A conferma, “Dmitry Lesnov, ad della banca russa Finam ha detto a Rbc che dal 13 giugno la Bank of China ha interrotto i trasferimenti in yuan, nonché in dollari Usa, euro e dollari di Hong Kong”, al di fuori della Federazione russa, aggiunge la testata, una delle poche indipendenti del sistema informativo del campo russo.

La mossa serve a consolidare le riserve russe di valuta estera, e dunque a fornire al rublo manforte attraverso la diversificazione delle fonti monetarie alternative. Ma è anche una mossa che la Cina promuove pro domo sua al fine di consolidare la penetrazione nel resto del mondo. Lo yuan sta lottando per conquistare una quota crescente negli scambi internazionali a scapito del dollaro, ma al tempo stesso soffre di criticità strutturali legate alle fluttuazioni dell’economia di Pechino.

Mosca ha visto un massiccio congelamento di asset da parte delle istituzioni occidentali e sta vedendo, dopo un lungo periodo di rilancio, una graduale flessione del valore del rublo. Per la Cina questo pone delle minacce in materia di sicurezza economica, vista l’elevata quota di investimenti nel Paese, ma anche un’opportunità di rendere lo yuan sempre più “geopolitico”. Con tale mossa, in sostanza, lo yuan si pone garante del rublo e della continuità dell’attività delle banche russe. Dunque dell’operatività di un polmone vitale del sistema di Mosca. In cui sono sempre più attivi gli operatori di Mosca.

Reuters a tal proposito ha segnalato che China Construction Bank ha triplicato e Agricultural Bank of China aumentato di 1,5 volte la dimensione degli asset in Russia dal 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione dell’Ucraina: sono i front-runner di una corsa che vede lo yuan sempre più valuta parallela in Russia. Sempre più attività finanziarie russe usano il sistema di pagamento Cips (Cross-border Interbank Payment System), l’alternativa cinese allo Swift occidentale e nella Mongolia “cuscinetto” tra i due grandi Paesi si sta da tempo sviluppando un laboratorio di scambio rublo-yuan. La Russia inoltre ha pagato agli investitori cinesi, come ha ricordato Nikkei, i dividendi dei progetti di estrazione gasiera nell’isola di Sakhalin, nel Pacifico controllato da Mosca, in yuan.

Insomma, l’assist cinese alla Russia per bloccare la fuga di capitali è solo l’ultimo tassello di una lunga serie di processi che hanno messo lo yuan nella condizione di rendere il rublo, di fatto, un suo satellite. E aumentato la proiezione strategica della divisa di Pechino. In quest’ottica la lunga, frastagliata e spesso incoerente corsa cinese a costruire un sistema valutario alternativo al dollaro potrebbe, se il fatto si consoliderà, raggiungere un ulteriore traguardo. A cui la proiezione dello yuan nei mercati energetici, su cui puntano attori come l’Arabia Saudita, si aggiunge come asset decisivo. Ma Mosca accetterà un ruolo valutario di serie B che ormai è già esistente nella prassi? Difficile dirlo. Ma nel grande gioco della guerra economica tra Occidente e Mosca, la Russia deve fare di necessità virtù. Ed esporsi alla necessità di trasformarsi, gradualmente, in un junior partner della Repubblica Popolare. Al netto di favori tutt’altro che disinteressati.