Assessore Guidesi, oggi i temi più urgenti per la competitività europea sembrano essere due: il confronto commerciale con la Cina e la crisi energetica. Da dove partire?
“Sono due temi distinti ma profondamente interconnessi, perché incidono entrambi sulla capacità dell’Europa di rimanere competitiva sul piano industriale. Sul fronte del confronto con la Cina, è evidente che oggi subiamo una pressione molto forte in numerosi settori, non solo nell’automotive ma anche nella componentistica e in molte filiere produttive strategiche.
Il problema è che questo confronto non è stato finora affrontato con sufficiente determinazione: servirebbe un’azione europea più incisiva, soprattutto sul piano dell’anti-dumping, per evitare che pratiche commerciali aggressive compromettano il nostro sistema produttivo. Inoltre, alcune scelte regolatorie europee — penso ad esempio al settore automotive — rischiano di trasformarsi, come noto da tempo, in un vantaggio competitivo per i nostri concorrenti”.
E sul fronte energetico, quanto pesa oggi la crisi?
“Il tema energetico è probabilmente ancora più pervasivo, perché non riguarda solo le imprese ma l’intero sistema economico e sociale. L’energia oggi è uno dei principali fattori di inflazione: incide direttamente sulle bollette delle famiglie, sui costi di produzione delle imprese e, di conseguenza, sui prezzi finali. Questo significa che il problema non si limita al costo dell’energia in sé, ma si traduce in una riduzione del potere d’acquisto dei cittadini e in una pressione crescente sui consumi. Se le famiglie spendono di più per energia e carburanti, hanno meno risorse per il resto, e questo rallenta l’economia nel suo complesso”.
C’è il rischio di una nuova fase inflattiva come quella recente?
“Sì, ed è una prospettiva che considero molto preoccupante. La differenza rispetto al passato è che oggi partiamo già da un livello di prezzi più elevato, perché abbiamo alle spalle un periodo inflattivo che si è in parte stabilizzato. Ma “stabilizzato” non significa che i prezzi siano tornati indietro: significa che l’aumento si è consolidato. Se dovessimo affrontare un nuovo ciclo simile a quello tra il 2022 e il 2023, l’impatto potrebbe essere ancora più pesante, sia per le imprese — soprattutto quelle energivore — sia per le famiglie, con un rischio concreto di contrazione dei consumi interni. Se non si prende consapevolezza di questo, si rischia di sottovalutare l’impatto economico e sociale della crisi energetica. E due anni di difficoltà in un contesto già provato possono avere effetti molto pesanti sulla tenuta del sistema economico.
Quali strumenti dovrebbe mettere in campo l’Unione Europea?
“L’Europa ha già dimostrato, durante la pandemia, di saper reagire con strumenti efficaci: penso alle garanzie sul credito, agli incentivi agli investimenti, agli interventi che hanno permesso alle imprese di sopravvivere durante la sospensione delle attività. Oggi servirebbe un approccio analogo. Invece alcune proposte, come quella di utilizzare i fondi di coesione contro la crisi energetica, come proposto dal commissario Fitto, non sono realistiche: si tratta di risorse già programmate, con vincoli precisi e finalità definite. Pensare di usarle per affrontare l’emergenza energetica significa, di fatto, rischiare di non voler risolvere davvero il problema”.
Sul piano energetico, si parla molto del nuovo nucleare. Qual è la sua posizione in materia?
“Inevitabile ragionare in termini di diversificazione delle fonti e di innovazione. La domanda di energia è destinata a crescere e dobbiamo essere pronti con soluzioni nuove. Per questo stiamo sostenendo progetti innovativi, anche attraverso startup e incubatori universitari, con l’obiettivo di sviluppare nuove tecnologie energetiche. Abbiamo importanti ritardi da colmare, e riuscire a farlo sarà decisivo”.
Questo ritardo può compromettere la competitività industriale europea?
“Assolutamente sì. Energia, tecnologia e industria sono strettamente legate: se restiamo indietro su uno di questi fronti, perdiamo terreno sugli altri. Il rischio è quello di entrare in un circolo vizioso: ritardi nelle scelte energetiche portano a costi più alti, che riducono la competitività industriale, che a sua volta limita la capacità di investire in innovazione. Nel frattempo, altri attori globali avanzano molto più rapidamente”.
E gli investimenti in difesa?
“Non compenseranno mai i vuoti di altri settori industriali e poi parliamoci chiaro per esempio: le auto si facevano e si vendevano, le armi se si fanno che succede? A me la guerra spaventa, io ne ho paura e forse ci vorrebbe più forza dalla politica e meno forza dalle armi”.
Regione Lombardia da tempo opera una propria “diplomazia” con collettività affini fuori dall’Italia che insiste molto anche sul rilancio del ruolo dei territori all’interno dell’Europa. Che scenari vede a riguardo?
“Credo che l’Europa possa funzionare davvero solo se si costruisce a partire dai territori. Le regioni europee spesso condividono le stesse esigenze produttive, anche se appartengono a Stati diversi. Quando territori come Lombardia, Baviera o Catalogna si confrontano, emerge la possibilità di creare sinergie e complementarità nelle filiere industriali. Questo è il modo corretto di affrontare la competizione globale: non mettendoci in concorrenza tra di noi, ma rafforzando il sistema europeo nel suo complesso. Del resto, in un continente dove i giovani nascono sentendosi europei credo che l’attività dei territori mostri il vero spirito di un continente che può mantenersi innovativo, competitivo e produttivo”.
L’Europa dovrebbe ascoltare maggiormente la voce dei suoi giovani?
“Sicuramente. Le nuove generazioni vivono già in una dimensione europea. Per un giovane è naturale studiare o lavorare in un altro Paese, senza percepirlo come un trasferimento ma come un’opportunità. La politica, invece, spesso è ancora ancorata a logiche nazionali. Questo crea una distanza tra istituzioni e realtà sociale che, nel tempo, rischia di diventare un problema”.
In conclusione, qual è il rischio principale per l’Europa oggi?
“Il rischio è quello di trovarsi davanti a una combinazione di fattori estremamente critica: perdita di competitività industriale, pressione energetica persistente e crescente esposizione alla concorrenza globale, in particolare cinese. Se non si interviene subito, iniziando da una deregolamentazione che liberi le imprese e le lasci libere di agire e innovare senza strade omologate e imposizioni che diventano assist ai concorrenti, le conseguenze possono essere molto pesanti, non solo dal punto di vista economico ma anche sociale”.