La Repubblica Popolare Cinese è tornata protagonista su scala mondiale. Ancora lontana da un reale equilibrio di potenza con gli Stati Uniti in diversi campi (equilibrio militare, proiezione strategica, soft power, alleanze internazionali) l’Impero di Mezzo è però estremamente dinamico nel cruciale terreno di competizione economico, sfidando Washington da una posizione di forza nel campo dell’innovazione di frontiera e dilagando coi suoi capitali nei grandi spazi dell’Eurasia.

Il Vecchio Continente è una meta privilegiata per gli investimenti e le acquisizioni cinesi, condotti sia da entità che sono diretta proiezione dello Stato (società pubbliche, fondi sovrani e così via) che da grandi società private, in ogni caso dipendenti dalla relazione del loro management con il Partito Comunista Cinese.

Non solo Huawei, dunque. Da quando il Presidente cinese Xi Jinping ha presentato la strategia della Nuova via della seta nel 2013, la corsa del Dragone agli asset strategici europei, già in via di sviluppo, è accelerata. Fino a fine 2015, il bersaglio sono stati soprattutto grandi gruppi industriali e società quotate, in seguito con il dispiegarsi della Belt and Road Initiative l’obiettivo sono stati poli strategici, infrastrutture, porti e così via.

All’Europa è sempre mancata una strategia unitaria per districarsi in maniera ottimale di fronte all’avanzata cinese. L’irrilevanza geopolitica e geoeconomica dell’Unione Europea è certificata dall’assenza di un grande player europeo nella corsa tecnologica globale, a cui Ursula von der Leyen pare voglia porre rimedio con il grande “fondo sovrano” da 100 miliardi di euro, ma al tempo stesso anche i singoli attori hanno oscillato tra l’apertura ai capitali cinesi e i tentennamenti per una regolamentazione del loro ingresso in settori strategici.

L’Italia, ad esempio, ha firmato a marzo il memorandum per la Bri, ma di recente ha decretato l’introduzione del “Golden power” sulle reti di telecomunicazione. La Germania dal canto suo ha teorizzato un “fondo” autonomo contro i takeover stranieri di imprese tedesche, rivolto soprattutto contro le mire cinesi ma sogna di fare di Duisburg e del suo porto fluviale un nodo strategico della connettività euroasiatica.

Il Fatto Quotidiano ha recentemente investigato sull’ampiezza delle acquisizioni e delle attività cinesi, segnalandone la pervasività in tutta Europa, e partendo proprio da Duisburg, “il porto intermodale più grande al mondo, 60 mila metri quadri di spazio commerciale sulle rive del Reno, il capolinea della Nuova via della seta”. Sono circa 300 i miliardi di euro investiti dalla Cina nel Vecchio Continente.

Il problema con gli investimenti cinesi, che hanno sempre alle spalle uno scrutinio politico in patria, è la loro forte eterogeneità. Come ascrivere alla stessa categoria l’acquisto da parte della compagnia di shipping Cosco del terminal del Pireo per fini logistici, nell’ambito del vero e proprio “assalto” alle ricchezze della Grecia prostrata dall’austerità, e l’ingresso maggioritario di ChemChina nel capitale di Pirelli per veicolare, mantenendo il management italiano, una quantità crescente di investimenti nel gruppo? Buona politica vorrebbe che si trovi un modo per facilitare gli investimenti greenfield, ovvero quelli destinati a produrre valore e occupazione, evitando la consegna in mani cinesi degli asset strategici più rilevanti per il commercio e l’economia europei.

Facile a dirsi, difficile a farsi. L’Unione Europea è silenziosa di fronte alle grandi questioni del mondo, e assiste alla nemesi storica di vedere Paesi costretti per anni alla più dura austerità rivolgersi a Pechino come finanziatore o fonte di sviluppo. Questo è il caso del Portogallo, arrivato ad emettere “panda-bond” denominati in yuan. La realtà è che la Cina è protagonista della contemporaneità, ed ha una strategia e una progettualità che guidano la sua azione. L’Europa invece no: e questo contribuirà a rendere la penetrazione cinese sempre meno facilmente controllabile e scrutinabile, al di là di qualsiasi tergiversazione o tentennamento sul Dragone da parte dei governi europei.