Sono settimane calde per l’economia libanese, messa in difficoltà dalla penuria valutaria che sta condizionando i consumi quotidiani dei cittadini e il buon funzionamento del mercato interno. La debolezza della lira libanese, la valuta nazionale, ha spinto il governo di Beirut a un ancoraggio fisso al dollaro con un tasso di cambio di circa 1 a 1500.

Tale ancoraggio si è in passato reso necessario per rendere sostenibile la dipendenza dell’economia libanese dalle importazioni, evolvendosi in un uso intercambiabile della lira e dei dollari nel contesto libanese negli ultimi anni, ma ha prodotto notevoli contraccolpi. La banca centrale di Beirut, la Banque du Liban, ha visto calare a 31 miliardi di dollari a luglio (-9% in un anno) il valore delle sue riserve di valuta straniera pregiata, che però come detto incorporano notevoli quantità di biglietti verdi usati correntemente nell’economia libanese. Riad Salame, governatore della Banque du Liban, ha spedito al mittente gli avvertimenti dell’agenzia di rating Moody’s che nella giornata dell’1 ottobre ha messo in dubbia la capacità di Beirut di onorare le sue obbligazioni sul debito pubblico che sfiora il 160% del Pil.

Grano, farmaci e benzina sono, come riporta Italia Oggi, i beni di prima necessità per cui la banca centrale libanese ha offerto garanzie agli importatori circa la disponibilità di dollari al regolare tasso di cambio dietro il pagamento di cospicui anticipi. Per i consumatori e i privati, invece, vale la regola del limite al prelievo a mille dollari al giorno fissato nella stessa giornata di inizio ottobre. Nel Paese dunque si è venuto a creare un sistema duale al cui interno gli importatori sono avvantaggiati dal tasso di cambio ordinario e molti cittadini sono costretti a ricorrere al mercato nero in caso di emergenze o spese eccedenti le loro disponibilità.

A dare un duro colpo alle prospettive dell’economia libanese è stato il progressivo cortocircuito di un sistema che vedeva Beirut promettere ritorni esorbitanti (dal 10 al 15%) annuo per i depositi di dollari provenienti dall’estero investiti o depositati nel Paese. Con uno spericolato gioco delle tre carte, insomma, il Libano si riproponeva di pagare con l’afflusso di moneta fresca le uscite necessarie a remunerare l’interesse su tali depositi e le spese legate alle importazioni di beni materiali. Il calo degli afflussi di dollari dall’estero ha bloccato questo processo.

Una volta di più si dimostra la fallacia dei sistemi di cambio fisso. Mentre l’inflazione interna divorava il potere d’acquisto dei libanesi, specie nella fascia più povera della popolazione, la necessità di ancorarsi al dollaro ha imposto al Libano un vero e proprio salasso e, sul lungo periodo, l’abdicazione a qualsiasi credibile prospettiva di autonoma sovranità economico-finanziaria. Troppo ampio il gap di credibilità tra lira e dollaro, troppo problematica la struttura dei consumi e troppo debole l’economia e il sistema politico libanese per evitare un esito del genere.

Lo screditamento delle istituzioni libanesi fa sì che esse non possano in alcun modo mettere una pezza credibile. Il premier Saad Hariri è nei guai per uno scandalo legato allo sperpero di 16 milioni di fondi pubblici che avrebbe utilizzato per costosi regali alla modella Candice van der Meuwe. Una condotta non decisamente idilliaca che cozza duramente con le dure prospettive quotidianamente affrontate dalla popolazione libanese. Specie se risultasse vera l’indiscrezione che vede la modella prestanome del padre, costruttore edile finito in torbide situazioni finanziarie. Per il Paese dei Cedri sono tempi duri e i primi a renderli tali sono coloro che dovrebbero dare risposte a una popolazione in difficoltà.