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Nelle strade di Phnom Penh, capitale della Cambogia, la segnaletica cinese ha quasi superato quella in lingua inglese. Una delle arterie più trafficate della città si chiama Mao Tse Toung Boulevard in onore di Mao Zedong. La tangenziale, che collegherà presto il centro urbano ad un nuovo aeroporto in costruzione, il Techo International Airport, si chiama invece Xi Jinping Boulevard ed è dedicata all’attuale presidente cinese.

È grazie al supporto di Pechino, del resto, che il governo cambogiano sta costruendo quello che dovrebbe presto diventare uno dei più grandi scali al mondo. E che, nel 2023, ha inaugurato il Siem Reap-Angkor International Airport, sempre finanziato lautamente dal Dragone.

Da quando, nel 2013, è stato firmato il partenariato strategico globale Cina-Cambogia, i rapporti tra questi due Paesi si sono rafforzati a vista d’occhio al punto che Phnom Penh, oggi, assomiglia ad una piccola megalopoli cinese in via di sviluppo: è inglobata nell’orbita cinese, fa parte della Belt and Road Initiative (Bri) di Xi e sta collaborando con la Cina a numerosi progetti infrastrutturali.

La Cambogia, guidata dal primo ministro Hun Manet, del Partito Popolare Cambogiano (Cpp) – come il padre, Hun Sen, rimasto al potere per quattro decenni – assomiglia insomma ad una piccola Cina in miniatura.

Perché Xi punta sulla Cambogia

La Bri ha modernizzato la zona economica speciale di Sihanoukville – che grazie ai capitali cinesi ha attratto oltre 200 tra imprese e istituzioni internazionali – realizzato la prima autostrada della Cambogia, la Phnom Penh-Sihanoukville Expressway, e lanciato il Siem Reap-Angkor International Airport, scalo che ha consentito al Paese di far decollare il turismo, uno dei principali settori dell’economia nazionale (6,7 milioni di turisti nel 2024, +23% su base annua).

Phnom Penh intende diventare un Paese a reddito medio-alto entro il 2030 e una nazione ad alto reddito entro il 2050. Ebbene, complice la vicenda dei dazi, la Cina intende aiutare la Cambogia a raggiungere questi obiettivi, per poi condividere i vantaggi di una cooperazione win-win con il suo vicino, sempre più integrato nella dinamica Asean, motore economico della nuova Asia.

Non è un caso che la visita di Xi Jinping sia arrivata in concomitanza con la minaccia degli Stati Uniti di imporre una pesante tariffa del 49% sulle esportazioni cambogiane – come i vestiti per Nike e Lululemon – e di abbandonare decine di progetti di aiuti umanitari nel Paese.

Come ha rivelato il New York Times, il giorno prima dell’arrivo del presidente cinese a Phnom Penh, i funzionari cambogiani hanno avuto un intenso incontro online con Jamieson Greer, il massimo funzionario commerciale di Trump, per cercare di proteggere il milione di lavoratori tessili del Paese dalle tariffe punitivi. Hun Manet ha ha già accettato di ridurre i dazi sui prodotti americani dal 35% al 5%.

Un equilibrio complicato

I numeri parlano chiaro. Nel primo trimestre del 2025 la Cina ha rappresentato il 49,1% delle importazioni della Cambogia, per un valore di 3,7 miliardi di dollari, in un aumento di quasi il 31% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Seguono Vietnam (14,2%), Thailandia (11,8%) e, all’11esimo posto, gli Stati Uniti con l’1% (appena 78 milioni di dollari in aumento del 31% su base annua).

Il discorso cambia se parliamo di esportazioni. Gli Stati Uniti, sempre nel periodo preso in esame, hanno rappresentato il 35% delle esportazioni della Cambogia (2,4 miliardi di dollari, in aumento del 22%). Il Vietnam è al secondo posto (18,4%), la Cina al terzo con il 5%.

Se per il commercio Washington è un partner imprescindibile di Phnom Penh, quando parliamo di investimenti non c’è partita. Secondo i dati del Consiglio per lo Sviluppo della Cambogia, fino a questo momento il Paese ha approvato172 progetti per un valore complessivo di 2,5 miliardi di dollari: circa il 56% di tutti questi investimenti proveniva dalla Cina. E gli Usa? Al nono posto, dietro Samoa, con lo 0,9%.

L’economia cambogiana appare quanto mai biforcuta. Se il Dragone fornisce alla Cambogia la maggior parte degli investimenti e delle importazioni, Washington assorbe il grosso delle sue esportazioni. In tutto ciò Phnom Penh ha formalmente inaugurato una base navale ristrutturata dalla Cina, dove navi da guerra cinesi hanno attraccato per mesi (Ream), ha in ballo un canale altrettanto strategico che consentirà a Pechino di spedire merci direttamente nel Paese e svariati altri progetti con Pechino.

Xi è intanto arrivato a Phnom Penh con 37 documenti di cooperazione in molteplici settori economici, con Hun Manet ben felice di aggrapparsi al salvagente del Dragone. Basterà il solo contributo della Cina a modernizzare la Cambogia?

Xi Jinping insieme al primo ministro cambogiano Hun Manet

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