Le società occidentali trovano sempre maggiori difficoltà nell’ipotizzare un prolungamento sul medio-lungo termine delle misure di lockdown e distanziamento sociale imposte dai governi per ridurre la diffusione del contagio da coronavirus. La chiusura delle attività non essenziali e il distanziamento sociale sono manovre chiave per rallentare la diffusione del contagio, e hanno mostrato di rivelarsi efficaci laddove applicate, ma sul lungo periodo si pone un serio problema di gestione del ritorno alla normalità.

Molte sono le domande che si diffondono nell’opinione pubblica e nel dibattito politico-informativo sulla fine del lockdown. I temi più importanti che si affacciano alla ribalta sono tre:

  • Risulta sostenibile un prolungamento del lockdown fino al completo esaurimento dei contagi?
  • Come programmare la riapertura alla socialità e all’attività economica che inevitabilmente dovrà essere posta in campo?
  • Come gestire le conseguenze sociali per quanto riguarda la situazione di coloro che saranno esposti alla riapertura delle attività e di chi, invece, si troverà esposto a problemi come disoccupazione o fragilità sociale?

Il tema del lockdown e della sua evoluzione, con queste tre implicazioni, è importante e da non sottovalutare. In Italia, in una recente intervista ad Avvenire, l’ex premier Matteo Renzi ha aperto il dibattito sulla questione. Renzi ha forse peccato di “fretta” chiedendo un pronto ritorno alla normalità ancora irrealizzabile nel contesto di avanzamento del contagio in Italia, ma senz’altro ha toccato un punto politico importante sottolineando che la chiusura totale rischia di divenire insostenibile per le conseguenze sociali che rischia di creare.

Nel mondo anglosassone l’Economist ha aperto un ragionamento sulle parole del governatore di New York Andrew Cuomo, che ha affermato “We’re not going to put a dollar figure on human life”ribadendo come a suo parere nessuna vita umana debba essere sacrificata in nome delle esigenze dell’economia o dello sviluppo accelerando una fine della chiusura anticipata. Parole che cozzano col rifiuto di Cuomo di accettare il lockdown del suo Stato proposto dall’amministrazione Trump, da lui definito “un-American”, ma che secondo l’Economist aprono a una riflessione:  fino a quando il trade-off è sostenibile, fino a quando le società potranno permettersi di accettare il ragionamento secondo cui una vita umana non ha prezzo?

L’approccio della prestigiosa testata britannica sconta la forma mentis di provenienza: quello del mondo protestante, individualista e iper-mercatista del Regno Unito, non a caso diviso da ampi dibattiti interni prima che il primo ministro Boris Johnson iniziasse a imporre misure di chiusura. Discorso simile negli Usa dove, sottolinea il Corriere della Sera, “i modelli hanno dimostrato che la diffusione incontrastata del virus avrebbe ucciso un milione di persone in più. Per evitare quella strage, è bastato decidere di chiudere tutto e spendere l’equivalente di 60mila dollari a famiglia”.

Approcci del genere evadono ma non rispondono alle tre domande di riferimento, alle questioni importanti precedentemente sollevate ma le aggirano, presuppongono che si debba attendere la fine della buriana, prima di riprendere con il business as usual, calcolo di costi/benefici sul valore della vita umana incluso. Non interiorizzano la necessità di un profondo ripensamento del modello produttivo nel suo complesso. Ancora più radicali e spiazzanti le scelte della Svezia e dell’Olanda,dove concetti come “contagio graduale” e “immunità di gregge”, nonostante i morti si contino oramai a centinaia, nascondono in realtà una mentalità ben precisa: l’impossibilità, per società ferocemente individualiste, competitive e radicate nel principio del dominio dell’economico sulla sfera pubblica, di accettare le misure del lock-down sistemico, con conseguente emersione del calcolo costi/benefici sulla vita umana.

Laddove il premier svedese Stefan Lofven invita il Paese a prepararsi a “migliaia di morti”, escludendo di fatto questi futuri deceduti dal corpo sociale del Paese, o in Olanda i medici sono invitati a svolgere una selezione tra gli anziani che risulterebbe opportuno ricoverare in terapia intensiva si capisce quanto questa mentalità possa produrre deviazioni e problematiche sistemiche. Il ragionamento costi/benefici, con le sue sinistre implicazioni “eugenetiche”, equivale a rendere un dilemma morale la scelta tra la borsa e la vita che non dovrebbe richiedere esitazioni.

Altre domande risulterebbero, piuttosto, più appropriate: che settori devono ricevere la priorità per un’eventuale riapertura? Come permettere, in futuro, un ritorno alla socialità scaglionato? Come preservare la prevenzione delle fasce anziane o deboli della popolazione durante il rillassamento del lockdown? Come garantire qualità, sicurezza e dignità per chi tornerà al lavoro? Parliamo di scelte di grande implicazioni politiche a cui i governi saranno chiamati. Dove il paravento dell’analisi costi-benefici risulterebbe una semplice foglia di fico.

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