Il governo cinese è intento a mettere in guardia enti locali e imprese della Repubblica popolare sulla possibilità di un default di Evergrande. Lo riferisce il Wall Street Journal citando funzionari cinesi a conoscenza del dossier riguardante il grande gruppo di real estate al centro della tempesta finanziaria più importante della storia recente del Paese.

Il Dragone non intende “punire” Evergrande condannandola al fallimento rifiutando esplicitamente un intervento, come è successo nel 2008 negli Usa con Lehmann Brothers, ma è disposta a ritardare l’intervento a quando sarà necessario per impedire lo scoppio della bolla. Secondo il Wsj il governo di Xi Jinping avvisa da giorni i funzionari locali ad essere “pronti per la possibile tempesta”. Le agenzie governative di livello locale e le imprese statali, scrive il quotidiano finanziario Usa, avrebbero ricevuto l’ordine di intervenire solo all’ultimo momento nel caso in cui Evergrande non riuscisse a gestire i propri affari.

La comunicazione esplicita segnala che Pechino è pronta alle contromisure. Già nella giornata di ieri l’iniezione di liquidità fatta dalla Banca centrale cinese, pari a 18,5 miliardi di dollari, è stata sicuramente non indifferente ma non paragonabile al maxi piano di stimolo ai mercati che una minaccia di default con conseguenze sistemiche provocherebbe. I mercati, nelle fasi di panico ben studiate da Charles Kindleberger, sono soggetti alle profezie che si autoavverano. “Chiamare” possibili default in fasi tali rappresenta una scelta potenzialmente suicida perché li avvicina e, in quest’ottica, può scatenare la slavina.

Significativo dunque che Pechino parli di “possibile tempesta”, segno che il livello di guardia non è stato ancora superato. La situazione resta seria, ma la Cina intende anticipare le misure. Del resto, in Estremo Oriente è ancora viva la memoria del crack del fondo Long Term Capital Management, inabissatosi nel 1998 trascinando con sé la stabilità dei debiti della regione.

Perché questa comunicazione esplicita nella giornata di giovedì 23 settembre? In Cina è prossima alla scadenza una tranche di interesse di 83,5 milioni di dollari sul debito di 20 miliardi che Evergrande ha accumulato. Pechino parla nell’ora in cui l’acqua del mare si è ritirata ma non si sa ancora se sarà alta marea o tsunami, dopo un lungo giro di vite imposto contro le compagnie che a lungo hanno goduto del ricco piatto della crescita e che il Partito comunista ora vuole ricondurre all’ordine.

Quella in atto è la più ampia e complessa operazione di ristrutturazione finanziaria mai messa in atto in un’economia avanzata: la Cina perimetra alcuni settori (dal tech a quello dell’istruzione privata) e subordina alla politica i loro profitti e vuole far saltare in anticipo la “mina” che potenzialmente giganti ipertrofici come Evergrande possono far detonare nei prossimi anni. Il cerino passa così in mano ai mercati internazionali e agli altri Paesi, che in una fase di subbuglio legata tanto al fatto che la ripresa post-Covid stenta a prendere vigore quanto alla permanenza delle tensioni geopolitiche internazionali hanno interiorizzato con forza le tensioni della crisi di Evergrande. Sapendo che in quest’ottica i grandi perdenti della crisi finanziaria sarebbero non tanto i colossi cinesi, su cui il Partito potrà sempre esercitare influenza e intervenire direttamente, quanto borse e apparati finanziari dopati da un’accumulazione eccessiva rispetto alle prospettive dell’economia reale. La Cina ha scaricato su Hong Kong e Hong Kong sul resto del mondo i costi finanziari della crisi di Evergrande, e ora utilizza una classica tattica della teoria dei giochi:

chiamare in anticipo un rischio quando le conseguenze della diffusione di un’informazione sono ancora gestibili

E del resto depotenziare Evergrande rientra nell’ottica della strategia cinese tesa a riportare verso una crescita più sostenibile e meno “dopata” le politiche di investimento, spesso indirizzate verso una corsa al mattone senza freni. L’idea del governo di porre in essere il divieto di operatività nell’immobiliare residenziale per i fondi di private equity, non a caso, è emersa nelle stesse settimane in cui il colosso divenuto celebre in Occidente per essersi associato alla squadra calcistica del Guanghzhou è precipitato in borsa. Realizzando, nota Il Sussidiario, “ciò che strumentalmente occorre a Xi Jinping per proseguire con la sua agenda”. In tutto questo, è bene sottolineare che “le banche cinesi ed estere esposte a Evergrande stanno già operando accantonamenti sulle perdite”. La finanza occidentale e i decisori politici devono capire la big picture e rendersi conto del fatto che sostanzialmente il rischio Evergrande è già stato nelle scorse settimane prezzato, interiorizzato e messo in conto dai mercati e che ogni possibile slavina sarà unicamente dovuta allo sdoganamento del panico. La Fed, annunciando l’uscita dal Qe nel medio periodo, lo ha compreso non facendosi condizionare dalle notizie provenienti dalla Cina e in un certo senso, parlando proprio al Wall Street Journal, Pechino ha mandato un messaggio distensivo: non è ancora tempo per un’Apocalisse finanziaria.

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