VUOI FARE UN'INCHIESTA? REALIZZALA CON NOI

Quando il prossimo 21 luglio la Banca centrale europea varerà ufficialmente il rialzo dei tassi di interesse, il primo dal 2011, allo 0,25% l’Italia e Mario Draghi si troveranno di fronte a un crocevia storico. A undici anni dal connazionale Jean-Claude Trichet la francese Christine Lagarde tornerà, da presidente della Bce, a ritoccare al rialzo i tassi e dovrà, al contempo, trasformare in realtà le pressioni ricevute per dare via libera a uno “scudo” anti-spread capace di operare come meccanismo di ricucitura dei differenziali tra i debiti dell’Eurozona.

Il presidente del Consiglio, in quella data, potrebbe essere ufficialmente dimissionario. E la crisi di governo in atto a Roma dopo lo strappo di Giuseppe Conte con il suo successore a Palazzo Chigi potrebbe a sua volta impattare sulle scelte politiche della Bce e dell’Unione Europea in vista dei futuri assetti economici dell’Europa.

Draghi ha, assieme a Emmanuel Macron, perorato con forza la rottura con le logiche del rigore. Ha sfidato i falchi chiedendo di espandere il Recovery Fund; ha messo in campo una proposta concreta per il tetto al prezzo del gas; il maggior consigliere economico di Palazzo Chigi, Francesco Giavazzi, è stato tra gli autori della proposta di un’Agenzia Europea del Debito volta a “demolire” i debiti contratti dai Paesi europei per rispondere alla pandemia senza mettere in campo nuove misure di rigore. Da ultimo, Roma assieme a Parigi sta tenendo dritta la barra del timone contro l’ascesa dei falchi e di un nuovo rigorismo già evocato da molti alti papaveri comunitari come Valdis Dombrovskis.

Alessandro Barbera su La Stampa nota che i siluri dei Cinque Stelle a Draghi hanno già avuto un risultato: colpire la prospettiva di una pronta attuazione dello scudo-anti spread. Le liti nella maggioranza di governo italiana “hanno già minato la determinazione di chi quello strumento vorrebbe approvarlo senza contropartite”, Italia e Francia in testa. Le voci che rimbalzano da Francoforte “parlano di governatori nordici determinati a chiedere condizionalità” agli Stati del Sud Europa, “ovvero la concessione dello scudo in cambio di maggiore austerità o quantomeno il rispetto degli obiettivi del piano europeo delle riforme”. Tutto questo in una fase in cui ogni dinamica congiura per vedere l’Italia tra i ventri molli d’Europa: dall’inizio del governo Draghi ad oggi il rendimento dei Btp è quasi quadruplicato e l’inflazione è arrivata al massimo nella storia dell’Italia dentro l’euro, mentre la crisi energetica e il rischio recessione mordono. La volontà politica dell’esecutivo si fondava, in larga parte, sull’esistenza di un consenso europeo capace di mantenere col sostegno italiano lontani i venti del rigore.

Azzoppato in Francia Macron e frustrato nella sua volontà di discontinuità uin Germania Olaf Scholz, ostaggio dei Liberali Fdp che sono parte della sua maggioranza, l’Italia targata Draghi era architrave dell’asse anti-austerità. Ma oggi la pressione sulla Bce, al cui interno il capo economista “draghiano” Philipp Lane pesa in maniera determinante, si scontra col rischio di una nuova offensiva dei falchi nel momento in cui l’Italia è più vulnerabile. E si rischia, nota Barbera, “la possibile interruzione di un gigantesco piano di spese deciso dall’Europa e di cui l’Italia di gran lunga il primo beneficiario”, a cui aggiungere la prospettiva di un esercizio provvisorio per l’Italia mentre la manovra dovrebbe dare risposte forti.

In sostanza, il contesto europeo è estremamente delicato e la fragilità italiana, dopo un anno e mezzo di stabilità, può far chiudere diverse finestre di opportunità: uno scudo anti-spread tutt’altro che flessibile aprirebbe a una nuova stagione di rigore finanziario. Esso evocherebbe un ritorno in grande stile dell’austerità sui conti pubblici e una messa sotto il fuoco di fila di Bruxelles dei conti pubblici italiani. Al contempo, la paralisi di governo rischierebbe di far cadere diversi dossier su cui l’intervento di Roma è stato incisivo. Draghi o non Draghi, insomma, all’Italia serve uscire presto dalla crisi di governo e recuperare un sentiero di stabilità. La durezza delle crisi in atto e la natura delle decisioni da prendere nei prossimi mesi lo impongono ora più che mai.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.