Nel pieno dell’emergenza coronavirusla Banca centrale europea torna a muoversi e propone la creazione di una “bad bank” comunitaria per accumulare e smaltire i crediti deteriorati (Non performing loans, Npl) detenuti dagli istituti finanziari dell’Unione.

Regista dell’operazione, secondo quanto riportato dal Financial Times, un italiano, il capo del Meccanismo di vigilanza unico dell’Eurotower Andrea Enria, già in passato fautore di una manovra di questo tipo. La ratio della creazione della bad bank, secondo molti autorevoli esponenti della Bce, sta nella volontà di lenire la preoccupazione che le conseguenze economiche del lockdown imposto in diversi paesi del blocco, a causa della pandemia coronavirus, portino diverse aziende a fallire e, di conseguenza, diverse banche a non riuscire a riottenere i prestiti erogati.

Una “bad bank” di questo tipo dovrebbe fungere da pozzo di smaltimento dei titoli deteriorati detenuti dalle banche dell’Eurosistema. Come spiega il Financial Times, la manovra sarebbe simile a quella compiuta dopo la crisi nel 2008 da Spagna, Irlanda e Germania, che misero in campo bad bank supportate dallo Stato. Nei prossimi mesi, secondo Enria e i suoi collaboratori, si imporrà la necessità di rendere accettabile la vendita sul mercato degli Npl detenuti dalle banche dopo un periodo fissato di tempo, così da permettere ai detentori di recuperare le perdite scontate in portafoglio.

La mossa rappresenterebbe, per Roma e le altri capitale dell’Europa del Sud, un assist di grande valore. Per anni, dal 2014 al 2018, la vigilanza bancaria comunitaria ha massacrato le banche italiane proprio sul tema degli Npl, trascurando al contempo problemi macroscopici come i derivati tossici detenuti dal sistema franco-tedesco e in particolare da Deutsche Bank.

Tra procedure di risoluzioni forzate, richieste di “bail-in” e influenza sugli esecutivi italiani, all’epoca controllati dal Partito Democratico e più volte solerti nell’andare oltre lo zelo richiesto dall’Europa, l’intervento comunitario ha perturbato la soluzione di casi quali quelli delle banche venete, degli istituti dell’Italia centrale e di Tercas. La spinta alle banche italiane perchè si disfassero degli Npl, incentivata dal predecessore francese di Enria, la sempre inflessibile Daniele Nouy, perturbò notevolmente il mercato.

La nuova svolta proposta dalla Banca centrale europea rappresenta un cambio di paradigma. La seconda svolta favorevole all’Italia, dopo la scelta di marzo di riprendere il piano di acquisto titoli includendo l’eliminazione del principio di capital key dagli acquisti, capace di portare la quota parte dei Btp drenati da Francoforte sul mercato secondario tramite la Banca d’Italia dal 17% statutario a oltre il 40% del totale. Ma sul tema la Bce ha trovato l’influenza frenante della Commissione europea, a dir poco glaciale nell’accogliere una proposta che garantirebbe il rallentamento della disciplina di mercato sul tema Npl, la creazione di un ordinato meccanismo di smaltimento degli stessi e, di converso, la sterilizzazione dei rischi di una crisi di sfiducia attorno a banche potenzialmente incapaci di garantire liquidità a cittadini e imprese.

Secondo quanto scrive Mauro Bottarelli su Il Sussidiario, la scelta della Bce si caratterizzerebbe come un “waiver – una deroga – enorme rispetto alle regole comunitarie del bail-in, le quali infatti impongono – prima del via libera all’aiuto di Stato per un comparto bancario – l’imposizione di perdite per azionisti e obbligazionisti delle medesime banche beneficiarie”. La Commissione, sul tema, la sa lunga avendo per diverso tempo bloccato l’intervento in Italia del Fondo interbancario di tutela depositi a sostegno di Tercas, ritenuto distorsivo della concorrenza e subottimale rispetto al bail-in, attraverso le manovre della commissaria alla Concorrenza Vestager. Prima che la Corte Ue finisse per dichiarare illegittima la scelta della Commissione di stoppare le manovre italiane e di irrigidirsi su regole di risoluzioni autolesioniste.

Al contempo, la Commissione vedrebbe frenata dalla proposta di bad bank europea la marcia verso l’introduzione della direttiva europea Npl 2018/0063, che mira a costruire un mercato integrato dei crediti deteriorati e a unificare le procedure per il recupero crediti. Logico pensare che la scelta di creare un mercato unificato dei crediti deteriorati risulterebbe decisamente problematica in questo frangente storico, e che penalizzerebbe apertamente quei Paesi, come l’Italia, che per gli Npl hanno già avuto diversi problemi, finendo inoltre per incentivare possibili raid speculativi da parte di fondi desiderosi di capitalizzare il rischio insito negli Npl stessi. L’Europa politica si dimostra, anche sul tema della sterilizzazione del rischio, eccessivamente dogmatica e molto più miope dell’Europa bancaria.