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Con il passaggio della pandemia di coronavirus si è manifestato lo spettro di una nuova grande recessione in grado di sconvolgere l’economia internazionale, con i primi effetti che già si sono fatti sentire. Aumento della disoccupazione, sospensione delle rate dei mutui e contrazione dei consumi che hanno provocato a catena un rallentamento delle produzioni. E stando agli ultimi allarmi lanciati dalla Banca mondiale, lo scenario non sembra essere in miglioramento nei prossimi mesi, con le economie mondiali in una perdita media del 5,2% del proprio Pil.

In questa situazione, impossibile non sottolineare come l’Europa – già relegata sotto molti aspetti ai margini dell’economia internazionale in questi ultimi anni – sia destinata a subire uno dei colpi peggiori, almeno tra le economie sviluppate. La perdita dei posti d’impiego ha già causato problemi alle famiglie e le misure di inclusione sociale messe in campo avranno effetto soltanto temporaneo, non potendo essere dispiegate a tempo indeterminato. In questo scenario, una contrazione delle entrate dei nuclei familiari porta alla diminuzione della capacità di spesa, causando due gravissime conseguenze: il crollo dei consumi e l’aumento delle insolvenze creditizie. E proprio su quest’ultimo aspetto, secondo le indiscrezioni dell’agenzia di stampa Reuters, anche i dirigenti della Banca centrale europea sembrano aver puntato il proprio sguardo.

La Bce valuta un fondo di “Bad Bank”

Sebbene fino a questo momento la Bce abbia svicolato alle domande dell’agenzia di stampa riguardo alla maxi mossa messa in campo per salvare il comparto bancario, la sensazione è che a Francoforte qualcosa si stia muovendo. A fronte delle parole espresse dal capo supervisore dell’istituzione europea, Andrea Enria, secondo il quale sarebbe ancora “troppo presto” per parlare di un sistema di “Bad Bank” in assenza di dati certi e definiti sull’entità della crisi (Ansa), è anche vero che questa discussione avrebbe dei precedenti. Circa due anni fa, infatti, un progetto analogo era già stato discusso nelle sedi europee, bloccato però – come al solito – dalla Germania di Angela Merkel, a causa delle volontà di non costituire un “calderone comune” al quale attingere. E in parte, la stessa posizione è quella tenuta ancora adesso dai personaggi vicini a Berlino, che sostengono la buona volontà della mossa ma di come sarebbe utile svilupparla all’interno delle singole entità nazionali.

Tuttavia, rispetto al passato la direttrice della Bce, Christine Lagarde, sembra intenzionata ad andare fino il fondo col programma, che dovrebbe essere discusso nei prossimi giorni tra i dirigenti delle varie banche nazionali. Obiettivo, chiudere il discorso entro la fine dell’anno, cercando una stretta nelle tempistiche che, tuttavia, potrebbe comunque non essere sufficiente ad arginare l’impatto più violento della crisi che sta per investire il comparto bancario. E con lui, anche i mercati finanziari, col rischio di trovarsi in una situazione alquanto simile con quanto accaduto alla borsa di New York nel 2008.

Si rischia uno scenario da incubo per il credito europeo

Stando ai dati attualmente in mano e riportati da Reuters, l’entità del problema potrebbe riguardare fino a 500 miliardi di euro di indebitamenti privati, pari allo stesso importo dei prestiti attualmente sul groppone delle banche a titolo di sofferenze.

Le preoccupazioni della Bce sarebbero in questo momento rivolte in modo particolare alle istituzioni finanziarie dalle più piccole dimensioni, per le quali uno scenario di questo tipo – e in certi casi superiore alla media – potrebbe essere devastante. E in questa situazione – anche per scongiurare misure più drastiche che porterebbero ad una nuova stagione di fusioni ed accorpamenti – risulta evidente quanto sia necessario muoversi con adeguato anticipo, onde evitare che la situazione sfugga di mano come accaduto negli Stati Uniti nel 2008.

Tuttavia, ancora una volta gli esperti dell’Eurozona devono fare i conti con l’ostruzionismo dei Paesi che reputano – talvolta a torto – il merito creditizio dei propri cittadini migliore rispetto allo standard europeo e che potrebbero dunque impedire la discussione di un meccanismo di salvaguardia bancario comune. Anche se, date le premesse, ora come non mai un simile comportamento significherebbe mettersi di traverso su questioni legate alla tutela di tutto il sistema economico del Vecchio continente, costretto ad affrontare una crisi come mai avvenuta in precedenza.

L’orizzonte rimane grigio

Come quasi sempre accade quando vengono messe in campo misure di questa entità, non bisogna però pensare che la loro attuazione funga da scudo totale contro i pericoli della situazione. Anche qualora infatti il meccanismo di “Bad Bank” venga messo in atto, infatti, le conseguenze rimarranno infelici. Mentre per le banche infatti altro non sarebbe che uno strumento di tutela parziale sul rischio di credito, per il consumatore finale le conseguenze derivanti da un default si ripercuoteranno comunque sulla sua capacità di spesa, creando una diminuzione della domanda di mercato. E l’aumento esponenziale di queste situazioni giungerà, presto o tardi, a riproporre il problema anche sulle aziende produttrici di beni e servizi, replicando il problema anche al settore dell’impresa.

In questo scenario, dunque, i mesi che il sistema bancario si trova di fronte saranno segnati da una notevole instabilità e nel costante rischio di vedere accresciuti i crediti non più esigibili. E fin tanto che qualcosa a Francoforte – e Bruxelles – non si sarà mosso l’indecisione legata al comparto bancario porterà dei rallentamenti anche a tutto l’indotto del sistema, inclusi i mercati finanziari: a ennesima conferma che gli orizzonti dell’Europa hanno assunto una scura tonalità di grigio.