Da circa un anno la Banca centrale europea è entrata tenacemente in campo contro la crisi del Covid-19, mettendo sul piatto una mole senza precedenti di risorse e veicolando, nel 2020, oltre un trilione di euro di acquisti di titoli sovrani e obbligazionari dell’Eurozona per effetto del Pandemic emergence purchase plan (Pepp) e dei programmi ereditati dalla gestione di Mario Draghi sull’onda lunga del vecchio quantitative easing.

Dal sostegno strategico ai titoli europei messi sotto pressione dalla stagnazione economica e che rischiavano di essere travolti dall’ondata recessiva causata da pandemia e lockdown la funzione della Bce si è evoluta nella creazione di un vero e proprio “ombrello atomico” che ha messo al sicuro i titoli sovrani di tutta Europa. Paesi come Spagna, Portogallo, Grecia e Italia hanno visto la Bce coprire tra un quinto e un terzo delle loro emissioni sovrane, garantendo una rendita favorevole in termini di riduzione del tasso di interesse e, implicitamente, di finanziamento del rimanente deficit. Secondo alcuni economisti e addetti ai lavori del sistema finanziario istituzionale europeo questo di fatto ha portato l’Eurotower a “cancellare” parte del debito di questi Paesi, dato che ha attivato un circolo virtuoso (o vizioso, per i critici) che è andato oltre la semplice copertura parziale delle emissioni.

L’economista Leonardo Becchetti ha recentemente sintetizzato le dinamiche innescate dalla Bce in un articolo su Avvenire: in questa fase in Europa “stiamo vivendo de facto una ‘quasicancellazione’ di una quota rilevante del debito con l’attuale politica della Bce di acquisto di titoli pubblici degli Stati membri, impegno non dichiarato a riacquistare nuovi titoli a scadenza e retrocessione dei guadagni da interesse ai Paesi membri” Insomma, la Bce si impegna a mantenere sul lungo termine in portafoglio i titoli detenuti nell’Eurosistema e consente agli Stati emittenti un guadagno sul tasso d’interesse che si applica alle emissioni ordinarie. “Ebbene”, spiega il docente di Tor Vergata specializzato nel campo dell’economia civile e vicino al pensiero economico di Papa Francesco, “se qualcuno presta soldi impegnandosi a riprestarli quando scadrà il debito e restituendo gli interessi di fatto quel debito è come se non ci fosse.

Becchetti ha sintetizzato quanto approfonditamente spiegato in un paper pubblicato assieme a Pasquale Scaramozzino per un centro studi dell’Università di Londra, incentrato proprio sulla natura di “ristoro” del debito nazionale dell’azione delle banche centrali. In un certo senso, è come se all’interno del deficit nazionale dei Paesi europei ora si dovesse scorporare la quota parte corrispondente agli acquisti dell’Eurotower. Nel caso italiano, ad esempio, a fine 2020 la Bce e, sulla sua scia, la Banca d’Italia e le altre istituzioni europee detenevano quote di debito italiano pari al 37% del Pil nazionale, un ammontare destinato a salire al 45% a fine 2021 secondo l’Osservatorio Conti Pubblici di Carlo Cottarelli legato alla Cattolica di Milano. Il 29% di questa quota sarebbe, in tal senso, imputabile al solo effetto delle istituzioni europee legate all’Eurotower.

Il potenziale di questa svolta è dirompente. In primo luogo, mostra il potenziale operativo delle banche centrali, anche di un istituto come la Bce che manca di alcune componenti proprie della Fed, della Bank of Japan e della Bank of England, come la capacità di fare da prestatore di ultima istanza dei deficit nazionali, ma che può con la condotta tenuta finora trasformare, in momenti di crisi, il deficit stesso in variabile indipendente depotenziando il rischio connesso alla destabilizzazione del debito pubblico sulla scia di attacchi speculativi o azioni ostili. Questo per la capacità della Bce di controllare a suo piacimento l’offerta di moneta.

L’economista statunitense Stephane Kelton lo ha ricordato in un’intervista al Corriere della Sera in cui ha sottolineato come questo fosse già ben chiaro a Mario Draghi: “lo ricordo a una conferenza stampa in cui un giornalista gli chiese se era possibile che la Bce non avesse più soldi. Gli altri funzionari Bce vicini a lui si raggelarono. Lui invece si mise a ridere e disse: no, non saremo mai a corto di euro. Fu una riposta onesta, perché davvero la Bce ha una capacità infinita di fornire supporto alle nazioni che ne hanno bisogno. La Bce di Christine Lagarde lo sta facendo”, e dunque la palla passa agli Stati, alla capacità effettiva di utilizzare questi deficit per piani espansivi, progetti strategici, investimenti produttivi. Draghi, forse semplificando eccessivamente rispetto alla sua solita capacità di analisi, al Meeting di Rimini di agosto ha parlato di differenziare tra debito “buono” e debito “cattivo”, ma il senso si comprende: utilizzare la finestra di opportunità consentita dal riarmo monetario della Bce e dalla situazione descritta da Becchetti per programmare piani strategici e spese in capitale fisso, infrastrutture e programmi ad alto moltiplicatore rappresenta la scelta più lungimirante in questa circostanza.

In secondo luogo, questa svolta fornisce una “tregua” alla tradizionale anomalia dei Paesi dell’area euro che li vede di fatto indebitati e impegnati a gestire un’economia di cui non controllano il fondamentale macroeconomico più importante, la moneta, che per tutti è a ogni senso una valuta estera, come ha ricordato anche  Paul De Grauwe, professore di economia politica europea presso la London School of Economics. Nella prefazione al suo saggio Il Mito del deficit la Kelton ha riassunto questo concetto ricordando che sotto queste condizioni “la capacità di spesa dei governi dell’eurozona è effettivamente dipendente in larga parte dalle entrate fiscali, dalla loro capacità di emettere titoli sui mercati e dalla “buona volontà” della Bce”, che con l’operazione sottolineata da Becchetti ammortizza e livella ogni differenziale di partenza.

Infine, la manovra messa in campo con l’espansione del quantitative easing, pur presentando rischi intrinseci (come lo scarso coordinamento in certe fasi con l’economia reale e l’alimentazione del gioco finanziario a debito), seppellisce l’ideologia austeritaria dei falchi del rigore, che alla prova dei fatti non hanno mai potuto impedire alla Bce di aumentare a livello sistemico la base monetaria europea. Ma al prossimo board della Bce, previsto per il 10 e l’11 marzo, i “falchi” torneranno a dare battaglia. Tedeschi, olandesi, finlandesi e altri “rigoristi” ritengono inaccettabile il finanziamento implicito e la sponda data alle economie meno avvantaggiate d’Europa dalla manovra dell’Eurotower. Brandendo l’ipotesi di scale back del programma di stimolo anti-pandemia (Pepp) nelle scorse settimane il governatore della Bundesbank Jens Weidmann ha proposto un ritorno alla normalità e una fine degli acquisti massicci di titoli da parte della Bce in un’intervista con l’Augsburger Allgemeine. Nel giorno di San Valentino, il profilo Twitter ufficiale dell’Eurotower ha risposto ironicamente ma in maniera tutt’altro che conforme ai desiderata di Weidmann

La prossima riunione del board vedrà la Bce essere messa di fronte agli interrogativi sui previsti effetti del piano acquisti sulla crescita, l’inflazione e le prospettive dell’istituto nei mesi e negli anni a venire. E si aprirà una battaglia politica che potrebbe ricordare ben presto a chi, come l’Italia, di questa situazione sta beneficiando, che la cancellazione de facto del debito è un passaggio temporaneo e non definitivo e strutturale. E che dunque bisogna programmare al più presto piani di lungo termine per usare al meglio il deficit e la spesa pubblica mentre sono protetti da ogni speculazione politica.