Nel corso dell’ultimo decennio la Banca centrale europea (Bce) ha più volte preso in mano le redini della politica comunitaria attraverso le sue azioni in campo monetario. Il passaggio dalla gestione Trichet, controversa per le mosse sui tassi che crearono problemi allo spread del debito pubblico italiano, a quella, in via di conclusione, di Mario Draghi è stata caratterizzata da una maggiore presa di consapevolezza e organicità di questo ruolo centrale.

Dal Tltro al quantitative easing, la serie di politiche messe in atto da Francoforte ha prodotto effetti contrastanti sull’economia europea, sebbene Mario Draghi abbia avuto l’effettivo merito di frenare l’austerità sponsorizzata da Angela Merkel, e riempito i bilanci della Bce di quasi 3mila miliardi di euro in titoli pubblici, azionari e obbligazionari di tutti i Paesi dell’unione monetaria.

A fine dicembre 2018 Il Sole 24 Ore sottolineava: “La parte del leone degli asset in pancia all’istituto centrale la esercitano naturalmente i titoli di Stato raccolti attraverso il Public sector purchasing programme (Pspp): oltre 2.100 miliardi suddivisi fra i diversi Paesi in base alle quote detenute nel capitale della Bce stessa, quindi in prevalenza Bund tedeschi (circa 515 miliardi a fine novembre), seguiti da OaT francesi (418 miliardi) e BTp italiani (363 miliardi). Sono invece 271 i miliardi raccolti (e ancora custoditi) attraverso i 3 successivi piani legati ai covered bond, poco più di 178 i miliardi di titoli societari, 28 i miliardi di Asset-backed securities e se si vuole completare il portafoglio occorre considerare pure i «residui» 73 miliardi provenienti dal Securities market programme attuato fra il maggio 2010 e il settembre 2012 (in prevalenza bond italiani)”.

Proprio sui residui 73 miliardi di Smp detenuti dalla Bce è doveroso spendere qualche parola in più per ribadire la natura contraddittoria di numerosi interventi di politica monetaria di Francoforte. Nonostante la dichiarata volontà di garantire un allineamento dei tassi di rendimento dei debiti pubblici e un livellamento degli spread, numerose politiche della Bce sembrano tirare nella direzione opposta. A cosa servono Qe e Tltro se poi la Bce continua a richiedere il pagamento degli interessi sul debito all’Italia comportandosi come un investitore privato nel ramo Smp?.

Dopo anni di dibattito, recentemente la Bce ha vuotato il sacco. A lungo accusata da diversi analisti e varie Ong di aver ottenuto dividendi sotto forma di interessi pari a sette/otto miliardi di euro nel periodo (2010-2012) di massima estensione del programma, la Bce ha recentemente svelato i guadagni reali ottenuti dal programma Smp, offrendo uno spaccato per singolo Paese che va oltre ogni stima possibile. Prima in classifica l’Italia, con 24,4 miliardi dal 2010 al 2017, seguita da Grecia (15,7), Spagna (9,4), Portogallo (7,1) e Irlanda (4,6), per un totale di 61,1 miliardi, a cui se ne aggiungeranno fino a fine programma 11,5 miliardi, 5,5 dei quali italiani. Quasi 15 miliardi e tre miliardi, rispettivamente, i “dividendi” garantiti alle banche centrali tedesche e olandesi, capofila del rigore, dalla loro quota nel capital key della Bce.

Il caso Smp è indicativo della contraddittorietà della governance economica europea. Intestata a una Bce che non ha strumenti per intervenire nell’economia reale, essa finisce per disperdersi in una serie non organica di strumenti. Portando i Paesi più in difficoltà, come l’Italia, a pagare in interessi i guadagni, momentanei, su altri fronti. In una partita doppia che non si risolve nemmeno in un gioco a somma zero, se si pensa che i flussi di denaro alimentano i famosi saldi contabili Target2 che sono il vero e proprio pomo della discordia degli equilibri europei. Solo il ritorno del primato della politica e la chiarificazione degli obiettivi della Bce in Europa potranno risolvere queste asimmetrie.

Ma il fatto stesso che il leader politico più significativo dell’Ue in questo decennio sia stato il suo banchiere centrale, Mario Draghi, dà l’idea della carenza di una classe dirigente capace di prendere le scelte coraggiose che sono, ora più che mai, necessarie. E del resto, c’è anche chi come l’economista Sergio Cesaratto ritiene che l’equilibrio geoeconomico dell’Unione sia praticamente blindato. Cesaratto ha dichiarato a Osservatorio Globalizzazione che secondo il suo parere “un’Europa diversa non è possibile per la costituzione economica del Paese dominante, la Germania, un Paese strutturalmente mercantilista, e non cooperativo”. Che dall’ambivalenza della Bce, non a caso, pur dovendo rinunciare ai versanti più oltranzisti dell’austerità ha guadagnato la stabilizzazione di uno status quo a lei estremamente favorevole.