La Brexit è accaduta con un tempismo perfetto per far surriscaldare il dibattito interno all’Unione Europea sulla definizione del prossimo budget settennale della comunità dei 27 Paesi rimanenti uniti a Bruxelles.

L’uscita di Londra toglie al bilancio comunitario quei 75 miliardi di euro in sette anni che facevano del Regno Unito il secondo contributore dopo la Germania e, dunque, prepara il terreno di scontro per le prime riunioni politiche previste per il prossimo 20 febbraio.

La discussione sul bilancio è inoltre fondamentale per la neonata commissione von der Leyen e per la definizione delle sue politiche. Dall’ammontare delle risorse che i Paesi membri e le autorità europee decideranno di conferire all’Unione dipenderà la capacità di azione di Bruxelles su temi quali la rivoluzione digitalela transizione ecologica (oltre le promesse eccessive del “Green New Deal”), la difesa e l’esplorazione spaziale.

Il punto di partenza è rappresentato dallo stanziamento settennale per il periodo 2014-2020 e dalle proposte sul terreno per il 2021-2027. L’Europa ha avuto nel 2019 un bilancio di oltre 165 miliardi di euro nel contesto di uno stanziamento settennale di 1.082 miliardi, l‘1,02% del Pil dei Paesi membri dell’Europa a 28 Stati. La Commissione ha proposto in passato un aumento a 1,14 trilioni di euro, pari all’1,11% del Pil dell’Europa a 27. A questa proposta si oppongono sia l’Europarlamento, che vorrebbe un aumento all’1,3% del Pil, che un gruppo di Paesi “austeri” (Olanda, Danimarca, Svezia e Austria), che non intendono superare l’1%. Il belga Charles Michel, la prossima settimana, proporrà ai capi di Stato e di governo una mediazione tra l’1,07% e l’1,09% del Pil. Si preannunciano sedute fiume.

Specie se si considera l’equilibrio di spesa nell’Unione, la partita del bilancio disegna schieramenti netti. I Paesi dell’Est Europa intendono nutrire la crescita interna coi fondi di solidarietà e di coesione; i cultori dell’austerità sono a favore di un bilancio minimale e meno redistributivo, anche per ragioni interne. ” Il conto annuale di Berlino passerà da 16 a 26 miliardi di euro. I Paesi Bassi e l’Austria vedranno il loro contributo raddoppiare (a 8 miliardi per l’Aia e a 2 per Vienna)”, spiega Il Foglio. La premier danese, Mette Frederiksen, “ha promesso ai suoi elettori che non pagheranno un centesimo in più di quanto
pagano oggi”. Lo scostamento tra la proposta attuale di Michel e lo status quo è di una cinquantina di miliardi di euro di extra-budget (contando i mancati incrementi di Londra) da spalmare su 7 anni e 27 Paesi, ma la partita politica è di estrema delicatezza. L’Europa delle regole puntigliose si incarta sul terreno dei decimali: e questo è un vero e proprio contrappasso per Bruxelles.

L’Italia, dal canto suo, pur trovandosi nella posizione di contributore netto all’Unione potrebbe giocare una partita vincente per l’interesse nazionale contrastando il fronte dei Paesi rigoristi che, è bene ricordarlo, possono anche individualmente bloccare il bilancio Ue sfruttando il diritto di veto dei singoli membri dell’Unione. Nelle principali voci di spesa dell’Unione, in un contesto governato dalla proposta base della Commissione (politica di coesione, politica agricola, sicurezza e frontiere), l’Italia arriverebbe a guadagnare in 7 anni ben 7,5 miliardi di euro, come spiegato da Today: “10,5 miliardi in più dalla politica di coesione e dalle altre risorse per la competitività, e circa 3 miliardi in più sul capitolo di bilancio dedicato alla sicurezza e alle frontiere. Per contro, l’Italia subirebbe un taglio di poco più di 6 miliardi per i fondi della politica agricola comune”, fronte su cui il problema di fondo è la metodologia di ripartizione dei fondi ma in cui l’uscita britannica dall’Unione toglie un pericoloso “elefante nella stanza”.

Nel 2020, dunque, per l’Italia una volta di più gli avversari politici sono interni al fronte dei rigoristi economici. La battaglia per il bilancio Ue ben esemplifica l’importanza degli Stati nazionali nella definizione delle linee politiche comunitarie. E l’obbligo di giocare con forza e risolutezza le proprie carte. Un’Europa capace di muoversi in maniera più solidale, in questo caso, avvantaggerebbe relativamente l’Italia. Parliamo di un miglioramento tutt’altro che risolutivo, ma di fronte alla prospettiva di una decurtazione settoriale (nella Pac) non compensata su altri fronti battersi per evitare un’austerità generalizzata a livello continentale è una sfida che vale la pena affrontare.

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