La Banca europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (Bers) non ha visto di buon occhio la recente crescita delle politiche sovraniste dei Paesi che si riconoscono nel Patto di Visegrad. Secondo Beata Javorcik, le recenti misure sociali apportate dai Paesi dell’Est Europa hanno rallentato i processi di sviluppo liberali, in una condizione che alla lunga, secondo il capo dell’organizzazione internazionale, non può che peggiorare le aspettative di crescita dei Paesi. Le sue affermazioni partono dalla considerazione delle recenti frenate dei mercati globali, situazione nella quale cercare di superare le barriere fisiche ed economiche è facilmente la tattica vincente per spuntare sulla concorrenza internazionale.
I timori verso Visegrad
Contraddistinta da un marcato liberismo, l’Europa di oggi ha cercato di portare avanti politiche di integrazione tra le popolazioni dei vari Paesi, amalgamando le differenze economiche (con risultati più o meno raggiunti, a seconda degli ambiti). Le Nazioni che si riconoscono nel blocco di Visegrad, nonostante siano membri comunitari, sono stati i primi a cercare di defilarsi da questi valori fondanti non appena è iniziata la crisi migratoria del decennio che ci stiamo lasciando alle spalle, evocando la difesa dei propri confini.
Non erano solo i migranti però il problema di fondo: in dubbio era state messe soprattutto le politiche economiche comunitarie, che aiutavano maggiormente i Paesi più sviluppati del Nord Europa senza adattare le misure agli Stati cui economie versavano in acque meno floride; da qui la necessità di fare blocco comune a sé stante, per cercare di auto-rilanciarsi.
Questa divisione interna non è mai stata vista però di buon occhio da Bruxelles, che ha sempre cercato di correre ai ripari. Annunci, minacce di esclusione e persino allusioni alla revoca dei fondi europei se non si fossero rispettati i valori fondanti dell’Unione. Le repubbliche di Visegrad, in effetti, hanno sviluppato nel complesso delle economie molto forti nel mercato interno, cercando di staccarsi dal concetto di libero scambio in vigore nell’Unione; passando anche per l’abbattimento di certi valori liberali che a Bruxelles sono tanto cari. Motivazione che ha indotto gli organismi internazionali europei ed operanti in Europa a rivedere i propri piani d’azione nei confronti del blocco, iniziando una vera e propria guerra verbale ed ideologica.
La parola: l’arma delle banche e delle istituzioni
Non potendo agire con misure economiche e politiche nei confronti di quei Paesi che regolarmente eleggono deputati che si siedono nel Parlamento europeo, l’arma utilizzata dall’Unione e dalle organizzazioni che rispondono al Fondo Monetario Internazionale è molto più velata: la parola.
Come espresse molto bene Alberto Orioli ne “Gli Oracoli della Moneta”, la parola è lo strumento più forte di cui dispongono i politici ed i banchieri. Il suo semplice utilizzo per ipotizzare un pericolo imminente è in grado di realizzarlo, per la semplice credibilità della persona che lo pronuncia.
Quando Javorcik sostiene che i rischi derivanti dalle politiche di Visegrad potranno portare al suo recesso economico, è possibile che abbia ragione; a causa del clima di sfiducia che si viene a creare attorno ai Paesi dell’Est Europa. Sebbene infatti la sua posizione derivi dagli obiettivi stessi del Bers (l’abbattimento dei monopoli e lo sviluppo dei mercati internazionali) e sia di fatto incompatibile con la piega presa dal Paese, il conflitto di interesse di fondo difficilmente verrà percepito anche dagli stessi addetti ai lavori. La parola del Bers, infatti, altro non è che la parola del Fmi ed egli per definizione non sbaglia mai. Tesi che sicuramente non troverebbe d’accordo le popolazioni della Grecia e dell’Argentina.
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