La Guerra fredda 2.0 è oramai nel vivo e l’Italia, in netta controtendenza rispetto all’epoca primorepubblicana, fino ad oggi ha mostrato e dimostrato di preferire la miopia alla lungimiranza, obliando la sua lunga e sedimentata tradizione di equilibrismo tra i mondi e tra i blocchi in favore del sacrificio di ogni interesse nazionale sull’altare dell’appartenenza euroatlantica.

Dalle sanzioni alla Russia in relazione al dossier ucraino alla “sino-diffidenza” del governo Draghi, passando per l’adesione alla caccia alle streghe neomaccartista (il caso Walter Biot) e il crescente interesse nei confronti della questione Xinjiang, l’Italia sembra aver scelto la trincea laddove alcuni degli alleati maggiori, come Francia e Germania, hanno giudiziosamente preferito la pace fredda.

Il vero dilemma, a scanso di equivoci, non è relativo al nostro posizionamento geopolitico – che è fuori discussione –, quanto alla postura da adottare nei confronti del contenimento duro di Russia e Cina. Perché, alla luce della loro importanza per la nostra economia, nonché per la nostra sicurezza nazionale (energia), dovremmo chiederci se valga realmente la pena di abbandonare quel equilibrismo di ispirazione pontificia, che, ai tempi della prima Guerra fredda, ci rese un ponte tra i blocchi ed una potenza diplomatica di caratura globale.

Come si muoverà la Cina nei prossimi anni

Le tensioni ideologiche con la Cina, incarnate ai massimi livelli dalla guerra commerciale sino-americana, hanno creato un alone di sfiducia sul mercato cinese. Eppure, quello del Dragone, è il mercato più vasto del mondo, formato da 1.4 miliardi di persone e da un ceto medio in costante crescita. Con l’ultimo piano quinquennale, inoltre, il Partito Comunista Cinese ha invertito paradigma, introducendo il concetto di doppia circolazione (dual circulation). Questo significa che per diventare un Paese tanto potente quanto sviluppato, il presidente cinese Xi Jinping attiverà una leva fin qui inedita. Sarà questo il perno attorno al quale si articolerà il sistema economico cinese fino al 2025, e sempre questo sarà il salvagente che dovrà consentire al Dragone di superare l’incertezza economica globale provocata dalla pandemia di Covid19.

Dual circulation vuol dire che la Cina si affiderà in prima battuta al mercato interno, poi, in un secondo momento, alle relazioni economiche con il resto del pianeta. Attenzione: Pechino non intende rigettare la globalizzazione. Ricalibrerà i suoi target, smettendo di considerare gli investimenti stranieri il principale motore di crescita nazionale.

Tra diffidenza e opportunità

Una volta chiarito il prossimo modus operandi cinese in ambito economico, è utile chiedersi quanto rischia di perdere l’Italia dal punto di vista economico a causa della diffidenza ideologica che sta attanagliando Pechino in una nuova Guerra Fredda. Se l’adesione di Roma alla Nuova Via della Seta lasciava e lascia presagire interessanti praterie da conquistare, la salita al potere di Joe Biden negli Stati Uniti e il vento che sta soffiando in Europa, sono tutti fattori che hanno contribuito a raffreddare le potenziali opportunità commerciali sino-italiane.

L’ultimo nodo spinoso che potrebbe separare ancora di più l’Occidente dalla Cina riguarda la presunta violazione dei diritti umani perpetrata da Pechino nello Xinjiang ai danni della minoranza turcofona degli uiguri. Molti marchi occidentali di moda attivi sul mercato cinese hanno fatto sentire la loro voce, attaccando i funzionari cinesi presuntamente rei di violare i diritti degli uiguri. Secca e immediata la mobilitazione della Cina. Semplici netizen, media statali e persino celebrità hanno chiamato la popolazione a boicottare abbigliamento e scarpe di società come H&M e Nike, colpevoli di essersi disimpegnate dallo Xinjiang e dal suo cotone dopo le accuse sui lavori forzati per la produzione dei loro prodotti.

La polemica sullo Xinjiang

Qualche mese fa, nell’occhio del ciclone erano finite Burberry, Adidas, New Balance e Zara. Il punto, ad esempio, è che la Cina è il quarto mercato più grande di riferimento del colosso svedese H&M con 520 negozi, secondi per numero solo ai 593 degli Usa. A causa di questo incidente diplomatico, gli shop della multinazionale sono spariti dalle mappe del motore di ricerca Baidu e dalle app degli smartphone locali, mentre i prodotti sono introvabili sulle altre piattaforme di e-commerce.

Prendiamo invece Nike, che ha in Cina il 23% dei suoi ricavi. La nota marca sportiva, se è riuscita a salvare il suo ultimo trimestre lo deve soltanto al mercato cinese (vendite al +51%). In seguito a quanto accaduto, in quei turbolenti giorni, il suo titolo a Wall Street ha rimediato un tonfo del 5%, così come Adidas. Le imprese occidentali (ma più in generale gli occidentali) sognano il colpo grosso, fanno business in Cina ma ignorano troppo spesso le particolarità e le “regole valoriali” del mercato cinese. Il rischio è di dover fare i conti con un pericoloso effetto boomerang. L’Italia dovrebbe prendere nota.

L’Italia e le sanzioni, un riepilogo

Sette anni di sanzioni, sette anni di ingenti danni economici, sette anni di affari mai realizzati e di opportunità perdute – più per l’Italia che per la Russia. A sette anni di distanza dall’entrata in vigore del regime sanzionatorio occidentale contro la Federazione russa, i numeri sembrano indicare che i sanzionatori abbiano registrato più perdite del sanzionato, il quale, lungi dall’essere entrato in un ciclo contrattivo inestinguibile, ha colto l’occasione irripetibile della guerra economica per accelerare la diversificazione del proprio ventaglio di fornitori e clienti, rivolgendosi crescentemente ad Asia e Africa, e varare dei grandi piani produttivi all’insegna dell’autarchia.

Un bilancio severo ma veritiero, quello dipinto poc’anzi, che trova riscontro nei numeri relativi ai mancati introiti e nelle esternazioni di quei politici nostrani che, a stretto contatto con le realtà imprenditoriali del Bel Paese, da sette anni a questa parte hanno cercato e stanno cercando di sensibilizzare Palazzo Chigi sulla questione delle ricadute economiche del regime sanzionatorio per il sistema Italia.

L’ultimo politico nostrano ad aver denunciato l’insalubrità delle sanzioni alla Russia è stato Michele Emiliano, presidente della Puglia ed ospite dell’edizione 2021 del Forum economico di San Pietroburgo, che, a margine del sopraccennato evento, si è detto “sicuro che abbiano fatto più danni alla Puglia che alla Russia” e speranzoso “che a breve vengano revocate”. La regione governata da Emiliano, in effetti, ha pagato a caro prezzo le sanzioni: negli ultimi sette anni le esportazioni del settore agricolo pugliese hanno registrato un dimezzamento a causa del troncamento dei rapporti con la clientela russa.

La Puglia, comunque, è soltanto la punta dell’iceberg, perché i contraccolpi del regime sanzionatorio stanno venendo incassati dall’Italia intera. Numeri alla mano, invero, questa è una breve ma concisa panoramica della situazione:
  • L’import-export complessivo tra le due nazioni è diminuito dai 54 miliardi di dollari del pre-sanzioni ai 22 miliardi e 500 milioni del 2017 – un numero ridottosi ulteriormente nel 2019, quando l’interscambio si è fermato a quota 22 miliardi e 500 milioni di euro.
  • Nel complesso, il sistema esportativo italiano non ha realizzato 11 miliardi di euro di vendite fra il 2014 ed il 2019;
  • Particolarmente colpito è stato il segmento dell’agroalimentare specializzato nella produzione-per-esportazione di beni latteo-caseari: le vendite sul mercato russo si sono dimezzate dal 2014 ad oggi, passando dalle quattrocento tonnellate del pre-sanzioni (cioè il 2% dell’intera produzione nostrana) alle circa duecento attuali;
  • Almeno 100mila le imprese agroalimentari italiane che, secondo le stime di Russia Beyond e Camera di commercio italo-russa, hanno cessato le attività negli ultimi sette anni a causa dell’incapacità di fare fronte alle perdite provocate dall’esclusione dal mercato russo;
  • Esportazioni italiane in Russia in diminuzione del 16,3% nel mese di gennaio 2021, rispetto allo stesso periodo del 2020.

I numeri possono contribuire a spiegare passato e presente degli effetti collaterali delle sanzioni, ma anche ad illustrare quello che potrebbe essere il futuro (cupo) delle relazioni commerciali italo-russe. Perché il Cremlino, oltre ad aver diversificato il ventaglio dei fornitori, ha anche lanciato (e concluso con successo) una serie di programmi di industrializzazione di sostituzione delle importazioni, investendo, ad esempio, 75 milioni di euro nella produzione di formaggi autarchici, succedanei degli omologhi italiani, che, in breve tempo, hanno portato alla graduale sostituzione di parmigiani, mozzarelle e burrate made in Italy, oramai completamente scomparsi dagli scaffali dei supermercati russi.

Il punto di cui sopra è per rammentare alla classe dirigente nostrana che, presto o tardi, il regime sanzionatorio verrà meno, con o senza un ritorno della Crimea sotto sovranità ucraina e con o senza il raggiungimento di una soluzione definitiva per il Donbass, e che, quando ciò accarà, i produttori agroalimentari italiani potrebbero scoprirsi comunque esclusi dallo sterminato mercato russo a causa della diversificazione dei fornitori e del ricorso all’autarchia. A quel punto, però, più che mostrare arrendevolezza, i nostri imprenditori dovranno possedere avventurismo e spirito d’iniziativa, provando a rammemorare la loro antica clientela russa del veridico significato di Made in Italy: qualità impareggiabile. Non tutto è perduto, dunque, ma una cosa è più che certa: alcune delle ferite provocate dal regime sanzionatorio non verranno mai sanate del tutto.

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