Tra Occidente e Oriente è Guerra fredda, come durante la seconda metà del Novecento, e per l’Italia è giunto il momento di ponderare diligentemente non da quale parte stare – la nostra appartenenza geopolitica è fuori discussione –, quanto la strategia da adottare. Perché si può essere membri del blocco-civiltà occidentale pur non rigettando in toto la Belt and Road Initiative od optando di non partecipare alla deleteria caccia al russo neomaccartista, senza che ciò equivalga ad un tradimento nei confronti degli alleati maggiori e/o che ci trasformi in inaffidabili cavalli di Troia. Perché si può vincere la sfida della guerra fredda 2.0 senza combatterla.

L’Italia può e deve rispondere alle chiamate alle armi provenienti da Unione europea e Stati Uniti laddove necessario, ma non può e non deve obliare la differenza tra essere automi ed essere autonomi: i primi accettano dogmaticamente qualsiasi dettame, autocondannandosi alla permanenza in una condizione simil-coloniale, mentre i secondi, all’occorrenza, denunciano gli errori dello Stato-guida e tentano persino degli sganciamenti tattici, perché pienamente consapevoli del fatto che la pace è (quasi) sempre preferibile alla guerra e che v’è maggiore ritorno economico dalla costruzione di un ponte che dall’erezione di un muro.

E l’Italia, in questi anni convulsivi in cui si sta scrivendo la storia del ventunesimo secolo, è chiamata a decidere quale strada prendere: essere automa, seguendo il destino dantesco degli ignavi, od autonoma, dunque anteponendo l’interesse nazionale a quello altrui e rapportandosi con Russia e Cina nella maniera più convenevole: realpolitik.

Non sottovalutare l’importanza del mercato cinese

Un Eden per qualunque azienda voglia fare affari, crescere o mettere radici in quell’angolo di pianeta considerato il nuovo ombelico del mondo. Questa può essere una descrizione superficiale per tratteggiare i contorni dell’immenso mercato cinese, un mercato formato da 1.4 milioni di potenziali acquirenti e in continua ascesa. Eppure rispecchia alla lettera la realtà commerciale che si sta sviluppando oltre la Muraglia, troppo spesso non approfondita a dovere. Sono finiti i tempi in cui la Cina veniva definita fabbrica del mondo, termine impiegato per sintetizzare il binomio tra l’infinita capacità manifatturiera cinese e le tecnologie straniere. Un matrimonio, questo, che, a partire dalle riforme e dalla graduale apertura attuata da Deng Xiaoping nel 1978, ha consentito al Dragone di realizzare, per decenni, tonnellate di prodotti a prezzi irrisori, impensabili per gli standard dei mercati occidentali.

Adesso quella stagione, che è comunque servita alla Cina per seminare il successo odierno, è stata archiviata in nome di un nuovo sviluppo economico. Dal semplice Made in China siamo così entrati nell’era del Made by China e, da questo punto di vista, la diffusione mondiale di brand 100% cinesi come Huawei è soltanto la punta di un iceberg enorme. Accanto al commercio tradizionale non bisogna, poi, dimenticarci dell’e-commerce, vero e proprio volano della crescita di Pechino soprattutto dallo scoppio della pandemia di Covid-19 in poi.

Basterebbero questi pochi accenni per spiegare ai lettori l’importanza della Cina e del suo mercato per gli interessi economici dell’Italia. Ma, al netto di una (spesso) eccessiva diffidenza ideologica, culturale e politica, è l’Occidente nella sua interezza che dovrebbe oliare meglio i suoi canali commerciali per penetrare adeguatamente oltre la Muraglia. Pechino, pur con i suoi tempi e secondo le proprie esigenze, sta progressivamente aprendo i suoi mercati al resto del mondo, e quindi all’orizzonte ci sono (e ci saranno sempre di più) interessanti occasioni da sfruttare.

A dire il vero non tutte le potenze occidentali si trovano sullo stesso piano, dal momento che c’è chi, come ad esempio la Germania con il settore dell’automotive, ha colto al volo le opportunità rappresentate dal mercato cinese. L’Italia, nonostante la firma del memorandum d’intesa sulla Nuova Via della Seta, ha ancora ampie praterie da percorrere. Roma esporta a Pechino per lo più macchinari e tecnologie (29.90% nel 2018) e non, come si potrebbe pensare, i classici prodotti Made in Italy, come moda, alimentari e mobili, fermi a circa il 20% dell’export totale. È tuttavia importante sottolineare che, negli ultimi cinque anni, il commercio bilaterale Italia-Cina è passato dai 36.6 miliardi di euro ai 55.6 miliardi, ovvero dal 4.7% del commercio totale italiano al 4.9% (Eurostat). Nel febbraio 2021 le esportazioni complessive dell’Italia verso la Cina hanno toccato quota 1.387 miliardi di dollari, in aumento rispetto ai 1.313 miliardi del mese precedente.

Nonostante i numeri siano interessanti, Roma può e deve fare di più. I numeri italiani sono quasi in linea con quelli della Francia, ma nettamente inferiori rispetto a quelli tedeschi. Già, perché se Germania, Francia e Stati Uniti esportano in Cina rispettivamente 58, 49 e 45 miliardi di merci, l’Italia è ferma a 13 miliardi esportati.

In estrema sintesi, l’Italia può e deve operare in e collaborare con la Cina nella stessa maniera degli alleati maggiori, in particolare la Germania, in virtù del fatto che i numeri del sino-mercato lo rendono ineludibile. Perché la Cina del 2021 è il bazar del mondo e l’Italia non può permettersi in alcun modo di venirne esclusa

Le sanzioni alla Russia, i danni all’Italia

Un discorso molto simile, sebbene differente, può essere fatto per la Russia, uno storico mercato di riferimento dal quale, causa sanzioni e crescente americanizzazione della politica estera nostrana, stiamo progressivamente fuoriuscendo.

I numeri dell’ascendentale divario tra Bel Paese e Terza Roma parlano chiaro, perché autoesplicativi, e non necessitano ulteriori spiegazioni: l’interscambio commerciale complessivo è stato duramente colpito dalle tensioni politiche che hanno allontanato Unione Europea e Russia a partire dal dopo-Euromaidan,  diminuendo dai 54 miliardi di dollari del pre-sanzioni ai 24 miliardi del 2017 – un numero sceso ulteriormente nel 2019, anno in cui l’import-export si è fermato a 22 miliardi e 500 milioni di euro.

Sebbene le sanzioni e, in generale, il clima di gelo abbiano avuto implicazioni tangibilmente negative per gli affari dell’imprenditoria italiana nella Federazione russa, coartando persino l’ENI ed altri giganti nostrani ad abbandonare progetti di investimento a nove zeri tra mar Nero e Artico, un adeguato piano di re-internazionalizzazione verso questo mercato sterminato, in termini di consumatori e di opportunità, potrebbe condurre l’Italia a recuperare facilmente e rapidamente il terreno ed il tempo perduti. Perché, di nuovo, nonostante sanzioni economiche e tensioni politiche, l’Italia continua a rappresentare il quinto fornitore di beni delle imprese russe, occupando una quota di mercato pari al 4%, e perché i nostri operatori in loco hanno saputo sia reinventarsi – delocalizzando in toto o esternalizzando determinati processi produttivi – sia costruirsi una nomea sinonimo di (alta) qualità – ottenendo dal Cremlino  l’inaugurazione di iniziative eloquenti come il “Made in Russia with Italy“, che ha comportato la nascita di circa cento associazioni temporanee italo-russe.

Il tempo, però, ci è ostile e lavora contro di noi: le sanzioni, infatti, hanno spronato le autorità russe a varare un ambizioso programma di industrializzazione di sostituzione delle importazioni, alla base del progressivo (ri)divenire di Mosca il granaio del mondo, il cui impatto sulla catena esportativa italiana su questo mercato sta rivelandosi micidiale. Nel solo periodo compreso fra il 2014 ed il 2017, ad esempio, il comparto agroindustriale nostrano ha sperimentato perdite pari a sette milioni di euro al giorno. E la situazione potrebbe non migliorare in futuro, ossia quando il regime sanzionatorio diverrà un ricordo – non è questione di se, ma di quando –, perché la sopraccennata strategia di sostituzione delle importazioni sta conducendo i produttori russi a ricorrere crescentemente (e con successo) all’arte della copiatura, specialmente nell’ambito formaggi, dal parmigiano alle mozzarelle. Numeri e fatti, a questo proposito, possono spiegare ciò che alle parole non riesce:

  • Le importazioni di beni latteo-caseari dall’Italia hanno registrato un dimezzamento, passando dalle quattrocento tonnellate del pre-sanzioni (il 2% dell’intera produzione nostrana) alle circa duecento attuali;
  • 100mila le imprese italiane, operanti nel settore agroalimentare, che hanno chiuso i battenti negli ultimi sette anni a causa dell’incapacità di fare fronte alle perdite provocate dall’esclusione dal mercato russo;
  • 11 miliardi di euro in esportazioni perduti fra il 2014 e il 2019;
  • 75 milioni di euro investiti dal governo russo nella produzione di formaggi autarchici, succedanei degli omologhi italiani, hanno possibilitato l’apertura di distretti speciali, adibiti a tale scopo, le cui attività di ricerca e sviluppo hanno portato alla graduale sostituzione di parmigiano, mozzarelle e burrate;
  • Esportazioni nostrane in Russia in diminuzione del 16,3% nel primo mese del 2021, rispetto allo stesso periodo del 2020;

A distanza di sette anni dall’entrata in vigore del regime sanzionatorio, cifre alla mano, la vera vittima, più che la Russia, sembra essere l’Italia. Perché, mentre i sanzionati hanno investito in autarchia e nuovi mercati, noi, i sanzionatori, non abbiamo saputo tutelare le nostre imprese, fallendo nel supportarne il riorientamento esportativo e subendo più danni di quanto preventivato originariamente. E le implicazioni di quest’acquiescenza economicida, se non fermata oggi, potrebbero rivelarsi impossibili da invertire domani.

Nel campo comunista di Goli Otok
SOSTIENI IL REPORTAGE