Il Qatar è uno Stato molto piccolo a livello territoriale ma che, grazie agli introiti derivanti dall’esportazione di gas e petrolio, ha potuto, nel corso di questi ultimi decenni, affacciarsi al resto del mondo. Doha ha attivato, soprattutto negli ultimi 15 anni, importanti strategie di Soft Power sia nel campo della comunicazione che in quello sportivo. Per questo il Paese mediorientale ha investito molto nell’organizzazione di eventi internazionali, i quali a loro volta hanno richiesto onerosi interventi di ammodernamento delle infrastrutture. Sforzi importanti effettuabili soprattutto con l’impiego di lavoratori provenienti dall’estero, i quali compongono da anni oramai la maggioranza assoluta della popolazione. La sfida del Qatar per il futuro risiede proprio in questo ambito: rendere più moderno e contestualmente più appetibile il mercato del lavoro.

L’abolizione della “kafala”

Un primo importante passo è stato rappresentato dalla cancellazione della cosiddetta “kafala“, un meccanismo in vigore in buona parte del Medio Oriente in cui un lavoratore straniero, una volta assunto, viene privato della possibilità di cambiare lavoro senza prima il permesso del datore. Secondo diverse organizzazioni internazionali, la kafala è una vera e propria forma moderna di schiavitù. Nella regione del Golfo Persico ha radici molto profonde a livello sociale e culturale, risalenti a quando nei Paesi dell’area l’afflusso di manodopera straniera era molto limitato. Con circa due milioni di emigrati dall’estero, soprattutto da India, Pakistan, Nepal e dal corno d’Africa, il Qatar non poteva più permettersi di mantenere un simile istituto lavorativo. Dopo i primi annunci risalenti all’ottobre 2019, nello scorso settembre il governo di Doha ha approvato il provvedimento che ha vietato l’impiego della kafala nei rapporti tra datori e lavoratori. Da quel momento in poi, un operaio può cambiare occupazione anche senza il nullaosta da parte dell’ex datore. In tal modo chi è impiegato sia nei tanti cantieri in corso nel Paese mediorientale e sia in altri ambiti lavorativi, è maggiormente tutelato.

Anche perché la riforma di settembre ha introdotto un salario minimo mensile di mille Riyal, equivalenti a 230 euro, valevole per tutte le categorie di lavoratori e per tutte le nazionalità dei vari emigrati presenti in Qatar. Inoltre, se il datore di lavoro non dovesse fornire vitto e alloggio agli impiegati stranieri, sono previste ulteriori indennità a vantaggio dei lavoratori. La riforma ha ottenuto il plauso da parte dell’Ilo, l’International Labour Organization, ossia l’agenzia Onu che si occupa della promozione dei diritti nel mercato del lavoro: “La nuova norma – si legge in una nota dell’Ilo – smantella efficacemente il sistema della kafala e segna l’inizio di una nuova era per il mercato del lavoro del Qatar”.

Le riforme spinte dall’organizzazione dei mondiali del 2022

L’assegnazione della coppa del mondo di calcio del 2022, da un lato ha attirato sul Qatar molte critiche per la condizione dei lavoratori all’interno dei cantieri degli stadi e delle opere infrastrutturali connesse. Dall’altro lato però è proprio forse grazie all’attenzione internazionale che Doha ha iniziato a dare vita alle prime riforme del mercato del lavoro. L’abolizione della kafala ha rappresentato un primo passo. Da più parti si spinge per ulteriori salti di qualità. Steve Cockburn, responsabile del dipartimento per la giustizia sociale di Amnesty International, ha dichiarato a settembre l’importanza di aumentare il salario minimo per le fasce più deboli dei lavoratori. Nei giorni scorsi ha fatto scalpore un documentario del The Guardian secondo cui, tra il milione e mezzo di operai che si sono succeduti dal 2011 in poi nei cantieri degli stadi, sarebbero morte almeno 6.500 persone.

Un’accusa respinta da Doha: “L’inchiesta – spiega a InsideOver l’ambasciata del Qatar a Roma – parte dal presupposto che dal 2011 in poi nel nostro Paese 1.400.000 persone abbiano lavorato come operai. Ma solo il 20% degli emigrati è stato impiegato nei cantieri”. La sede diplomatica di Doha a Roma ha tenuto a precisare che tra gli emigrati molti sono anche studenti, impiegati ed operatori nel settore industriale. Non tutti quindi sono lavoratori nel settore edilizio o infrastrutturale: “Per il nostro governo – è stato riferito – è importante la salute e il benessere di tutti coloro che risiedono in Qatar”. La cifra delle vittime riportate dal quotidiano inglese farebbe quindi riferimento al dato generale dei morti tra gli emigrati presenti nel Paese arabo il quale, sempre secondo le autorità di Doha, rientrerebbe nella percentuale prevista “per le dimensioni e la demografia della popolazione”: “Anche se – è stato aggiunto nella dichiarazione rilasciata da fonti dell’ambasciata – ogni vittima è una tragedia“.

Il Qatar anche dopo l’appuntamento dei mondiali del 2022 ha previsto altri investimenti infrastrutturali e ha quindi bisogno di altra manodopera proveniente dall’estero. Per questo la spinta verso una maggiore modernizzazione del mercato del lavoro e verso ulteriori riforme, è uno degli argomenti più importanti e vitali per Doha. Una sfida essenziale in ottica futura.