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Può essere Mario Draghi più sovranista di Giorgia Meloni? La domanda viene d’obbligo se si pensa che nella giornata odierna un nuovo pezzo di economia pubblica veniva ceduta a un colosso della finanza americano con il semaforo verde dell’attuale premier, mentre l’ex presidente del Consiglio e della Bce a Bruxelles chiamava l’Europa a uno scatto d’orgoglio e a riscoprire le garanzie per la sua autonomia strategica e il rilancio dei suoi sistemi economici. Per la precisione, la scalata è quella a Enilive di Kkr, il fondo di private equity basato a New York e specializzato in settori strategici quali telecomunicazioni, infrastrutture e energia.

L’azienda di mobilità sostenibile del Cane a sei zampe vedrà l’ascesa di Kkr dal 25 al 30% del suo capitale, con un ulteriore investimento di 600 milioni di euro per acquisire il 5% della compagnia oggi valutata 11,7 miliardi di euro. La logica industriale della mossa è comprensibile: il rafforzamento del capitalismo paziente di fondi come Kkr porterà un socio forte al fianco di Eni in settori che hanno bisogno di risorse, progettualità e visione d’insieme in una fase di grande criticità per tutte le soluzioni operative che riguardano i settori della transizione ecologica.

Il fascino della finanza a stelle e strisce

Ma al contempo non si può non sottolineare come l’attuale esecutivo abbia una particolare attenzione ai legami con la finanza a stelle e strisce. Non dimentichiamo, ad esempio, la crescita dell’attenzione di BlackRock, principale fondo di asset management al mondo, per il nostro Paese, tanto che il Ceo Larry Fink ha avuto di recente un’amichevole conversazione con Meloni a Palazzo Chigi. E Kkr ha interessi che non si limitano a Enilive: come noto, il fondo americano ha acquisito la rete Tim tramite la compagnia NetCo dopo l’approvazione del governo Meloni dell’affare di cui si parlava da inizio 2022. Sommiamo a questo la presenza di Blackstone al fianco dell’australiana Maquaire come soci di Cassa Depositi e Prestiti nel capitale di Autostrade per l’Italia (Aspi) e la decisione di Meloni e del Governo di non modificare l’assetto proprietario, e il cerchio è chiuso.

Come ha ben scritto L’Espresso, “l’invocazione ai fondi deriva da un assunto sbagliato: l’Italia è squattrinata e deve ricorrere al credito in questo modo. Non è vero. Il credito, quando serve, lo si trova sul mercato. Al contrario, caso unico, in Italia i fondi vengono utilizzati in settori strategici dove la presenza dello Stato è conveniente e inevitabile”. Ci sono positive eccezioni, come quella di Sparkle dove il Tesoro si è lanciato in prima persona per ricomprare i cavi sottomarini da Telecom, ma oggigiorno questa tendenza appare consolidata e di difficile inversione. Strano sovranismo, quello fatto a braccetto con i giganti della finanza Usa: non è detto che la decisione facile spesso avallata dal Governo Meloni diventi, su più dossier, quella più strategica.

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