Ora che il passaggio di consegne a Downing Street è avvenuto, Boris Johnson ha cento giorni di tempo per completare la missione e portare a casa la Brexit. Il termine fissato per l’uscita resta fermo al 31 ottobre. Deal o no-deal

La Gran Bretagna è all’inizio di una “nuova età dell’oro”, ha affermato il neo primo ministro nel discorso di insediamento alla Camera dei Comuni, promettendo che entro il paese 2050 diventerà la nazione più prospera d’Europa. 

Per raggiungere l’obiettivo di staccarsi da Bruxelles, l’ex sindaco della capitale britannica si è circondato di una squadra di fedelissimi in quello che il Times ha definito “il più sanguinoso rimpasto dell’era moderna”. Via tutti, o quasi, i ministri di Theresa May, a partire dai quelli legati a Jeremy Hunt, concorrente nella leadership del partito ed egli stesso segretario agli Esteri. Hunt si è salvato dall’onta di essere licenziato solo rassegnando spontaneamente le dimissioni qualche ora prima. 

Le prime dichiarazioni portano buone notizie per i cittadini Ue residenti in Gran Bretagna. Nessun cambiamento in vista per loro, garantisce il premier, parlando anche di un sistema di immigrazione a punti sul modello australiano per i nuovi arrivi. 

Ma non di sola Brexit vive il Regno, e Oltremanica sono molti ad averne abbastanza di un dibattito che si trascina da tre anni. Conta anche il quotidiano, e nel discorso di insediamento c’è stato spazio, dunque, anche per la politica interna: più polizia, pene più severe per violenze e reati sessuali, e maggiori investimenti in infrastrutture. 

Presto per dire come reagiranno i mercati nel medio periodo. Brexit avrà un impatto sull’economia, ma la maggior parte degli analisti concorda sul fatto che molto dipenderà dall’accordo finale. 

Gli investimenti diretti esteri sono passati da 192 miliardi di sterline a 92 miliardi dal 2016 a oggi, ed è difficile assumere che tale decremento sia totalmente indipendente dall’esito del referendum. Non solo. Sono già diverse le multinazionali che hanno cominciato a spostare il proprio headquarter all’estero, con Amsterdam in pole position come meta preferita per i nuovi uffici e una campagna di corteggiamento serrato dei manager portata avanti anche da Parigi. Ma il sentimento prevalente tra gli operatori finanziari è l’attesa: troppe le variabili in gioco.

“Dopo un iniziale deprezzamento proprio a ridosso del referendum, la sterlina ha oscillato in risposta alle mutevoli percezioni sul tipo di Brexit che potrebbe verificarsi” – rileva Adrian Hilton, responsabile tassi globali e investimenti valutari di Columbia Threadneedle Investments – “Da sembrare abbastanza remota alcuni anni fa, la possibilità che il Regno Unito lasci l’UE senza accordi ora sembra significativamente più alta. Ciò comporterebbe conseguenze economiche onerose e continuerebbe a comprimere gli investimenti. Manteniamo un’aspettativa leggermente più ottimistica per la Brexit rispetto a molti, ma l’incertezza nelle prossime settimane e mesi indica un periodo di elevata volatilità a venire”. 

Sulla stessa linea di Giuseppe Zaffiro Puopolo – portfolio manager di Moneyfarm, società internazionale di gestione del risparmio specializzata in investimenti a medio e lungo termine e sedi a Milano e Londra. 

“La sterlina si è leggermente apprezzata nei confronti dell’euro dopo l’annuncio riguardo Johnson, ma il risultato era ampiamente atteso e non ha modificato in modo significativo le valutazioni” commenta il manager.  “Da giugno 2016, vacanze e merci importate stanno diventando più costose per chi guadagna o detiene un patrimonio in sterline, ma è pur vero che le esportazioni del Regno Unito sono diventate più economiche”. Quale futuro per la divisa britannica, in un mondo di giganti? Vietato sbilanciarsi: “Troppi i fattori rilevanti, dai tassi di interesse al deficit delle partite correnti” chiosa il manager. 

Il mercato immobiliare non fa eccezione all’incertezza dei tempi. Durante il referendum del 2016, uno dei cavalli di battaglia dei Leavers è stato la potenziale riduzione del prezzo delle abitazioni per i cittadini inglesi. Secondo i promotori della Brexit, un’uscita dall’Ue avrebbe riproporzionato la domanda e l’offerta degli immobili, i cui prezzi crescevano in maniera esponenziale da anni.

“Dopo il 2016 abbiamo effettivamente assistito a un assestamento del prezzo delle case che era cresciuto tra il 2010 e giugno 2016 del 66%, e che dal 2016 a oggi ha avuto un tasso di crescita di negativo di circa il 3.8% – riprende Puopolo – La frenata del valore immobiliare era in atto già in precedenza, un po’ per ragioni cicliche, un po’ per alcuni interventi del governo. Tuttavia, la riduzione dei prezzi delle abitazioni deve essere analizzata in termini relativi per capire se tale fenomeno favorisce il cittadino o è il risultato di una minore crescita economica”.  Cosa aspettarsi, quindi? “In caso di hard Brexit, i fattori che hanno colpito il periodo di transizione potrebbero verificarsi in maniera più marcata, portando dunque a una riduzione dei prezzi degli immobili e un crollo dei prezzi degli affitti. In caso di soft Brexit, imprese e privati che hanno aspettato ad acquistare optando per gli affitti potrebbero decidere di investire nell’immobile, incrementando i prezzi. Se nel primo scenario vediamo uno spike marcato al ribasso, nel secondo vediamo invece una crescita graduale”. 

In un quadro del genere, la parola d’ordine è volatilità. Le scelte di Johnson per l’esecutivo, le dichiarazioni e la sua storia politica sembrano dare corpo all’eventualità di perseguire una linea dura, di rottura con Bruxelles. Pretattica? In fondo anche la May si presentò al suono del mantra “Brexit means Brexit”, salvo ammorbidirsi di fronte alla compattezza imprevista dei Ventisette. Ma c’è anche chi reclama di non essere disposto a concessioni. Gli analisti pro-Leave, pochi per la verità, puntano il dito sui limiti del metodo intergovernativo dell’Unione Europea (troppa burocrazia), sulle opportunità offerte dal mercato globale (il Commonwealth ne è un esempio) e sulle tariffe imposte da Bruxelles, che penalizzerebbero i più poveri: non varrebbe la pena di fare un accordo al ribasso, quando la Gran Bretagna potrebbe trovarsi, finalmente, con le mani libere. 

Il rebus è complicato, e il tempo stringe.  Qualcuno suggerisce a Johnson di indire nuove elezioni, per consolidare una maggioranza che oggi assomma posizioni variegate e, per di più, è appesa al voto degli unionisti nordirlandesi. Un mandato solido, questo il ragionamento, garantirebbe a Johnson di presentarsi al tavolo delle trattative in Belgio con maggior vigore.  Ma il ricorso alle urne è un rischio forse eccessivo. In un quadro fluido come poche altre volte, quel che è certo in riva al Tamigi è che, tre anni fa, nessuno avrebbe previsto una via Crucis del genere. Dal sapore mediterraneo, più che British.