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L’Italian Tech Week di Torino, promossa da John Elkann per presentare la “parata di stelle” del mondo dell’innovazione con cui il patron di Exor ha rapporti e relazioni, a partire dal fondatore di Open AI e ChatGpt Sam Altman, ha rappresentato una vetrina importante per capire la nuova visione imprenditoriale dell’Ingegnere. Una visione che sta portando il leader odierno della dinastia Agnelli-Elkann a consolidare una definitiva virata del sistema Exor: dal traino dell’industria a quello della finanza, dal focus su settori tradizionali all’attenzione crescente ai poli innovativi di frontiera.

Negli ultimi mesi i segnali c’erano tutti. L’interconnessione crescente tra Elkann e i poli dominanti del sistema finanziario occidentale, come abbiamo spiegato, è stata consolidata dal varo del fondo Lingotto, orientato all’investimento in tecnologie di frontiera, dalla nomina dell’ex presidente di Exor Ajay Banga da parte di Joe Biden alla guida della Banca Mondiale, dal dialogo del nipote dell’Avvocato con i grandi del sistema finanziario, a partire dal Ceo di Tesla Elon Musk. A ciò si aggiunge lo sbilanciamento definitivo del peso finanziario degli interessi di Exor su quelli industriali: il fatto che Ferrari valga il doppio dell’ex casa madre Stellantis per ragioni legate al brand e all’appetibilità del titolo, lo dimostra.

Infine, il dato fondamentale per immaginare ogni svolta: il capitale. Nonostante il calo delle vendite di auto di Stellantis e la crisi dei ricavi, nonostante le fabbriche in cassa integrazione e a produzione ridotta e gli annunci non mantenuti nel primo semestre la “cassaforte” Exor degli Agnelli-Elkann ha consolidato un utile superiore ai 14,7 miliardi di dollari. Capace di garantire risorse strutturali per investimenti e espansioni.

Arriviamo così all’Italian Tech Week, ove Elkann ha presentato la sua filosofia imprenditoriale di frontiera togliendosi di dosso tutti i biglietti da visita con cui si può presentare: non presidente di Stellantis, non editore del Gruppo Gedi ma deus ex machina del suo fondo personale, Lingotto, e di Vento, il venture capital di Exor per investire in tecnologie come l’intelligenza artificiale, le biotecnologie, le life sciences e altri campi della ricerca più strutturata. Elkann si presenta come il Warren Buffett europeo, insomma, e lo fa a partire dalla città ove, con la Fiat, la sua famiglia d’origine è partita. Questa prospettiva offrirebbe anche interessanti opportunità: i dubbi sono sulle capacità del nostro di coglierle.

Elkann, ricordano gli addetti ai lavori, sta oggettivamente promuovendo con i suoi fondi un rimescolamento delle carte nell’anemico panorama della corsa italiana all’innovazione e alle start-up. E questa corsa ha, in una fase importante di ricerca sostenuta sul piano internazionale, Torino al centro. Si porrebbero, insomma, le premesse per una nuova primavera di ricerca industriale e innovativa, capace di generare ritorni importanti. A partire da una città come il capoluogo piemontese in cui, dal Politecnico alle nuove strutture di ricerca come il nascituro Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale passando per l’impegno attivo della Diocesi sulla ricerca di un connubio tra innovazione e sviluppo sostenibile, la città sabauda è sul tema estremamente recettiva.

Ci si chiede perché non ricordare al Paese tutto ciò. Perché Stellantis, il volto più visibile dell’impero degli Elkann, continui a rilanciare in avanti la palla di un improbabile ritorno in auge della produzione automobilistica, che ha in larga parte preso altri lidi, e che i manager vicini a Elkann continuino a difendere l’immagine del passato, senza guardare al futuro. Gli Agnelli-Elkann hanno chiesto fondi allo Stato per sostenere l’auto, perpetrando un’illusione: quella del rilancio dell’auto italiana in un contesto di globalizzazione imperante. Che Exor è stato uno dei pochi conglomerati italiani a vincere finanziariamente in un contesto in cui, paradossalmente, l’ex Fiat, al contrario di Iveco e Ferrari, non si è iscritta al lungo elenco di vincitori industriali. Di fronte a prospettive tanto anemiche, l’immagine di un’Italia il cui principale conglomerato possa spingere sull’innovazione di frontiera darebbe un’immagine nuova a un marchio storico, quello degli Agnelli-Elkann.

Del resto, mentre Lingotto si muove sui mercati globali in grandi operazioni di partecipazione al capitale di major internazionali, Vento ha promosso in due anni 60 investimenti da 150mila euro in media l’uno e lanciato 20 start-up, aprendo alla strada a nuove manovre di questo tipo. Il percorso sarà lungo, ma ci si chiede perché la casata Agnelli-Elkann non lo rivendichi con forza come prospettiva su cui puntare. Continuando invece l’ambiguo gioco delle parti con le istituzioni che ha al centro l’auto. Se John Elkann ha l’ambizione di essere il Warren Buffett italiano, creda nel progetto: dopo tanti anni e decine di miliardi garantiti dal sistema-Italia alla Fiat e i suoi gruppi di riferimento, dichiararsi aperto a voler restituire la fortuna garantita alla propria famiglia e a creare futuro sarebbe la risposta appropriata. A patto di esserne operativamente all’altezza.

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