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Jeans, diamanti e dazi: così il Lesotho è finito nel mirino di Trump

Nel cuore dell’Africa meridionale, il minuscolo stato del Lesotho ha conquistato un posto sorprendente nella catena globale della moda, producendo oltre 26 milioni di paia di jeans all’anno per marchi internazionali come Levi’s e Wrangler. I numeri da record del...
Lesotho

Nel cuore dell’Africa meridionale, il minuscolo stato del Lesotho ha conquistato un posto sorprendente nella catena globale della moda, producendo oltre 26 milioni di paia di jeans all’anno per marchi internazionali come Levi’s e Wrangler.

I numeri da record del tessile in Lesotho

Grazie a incentivi commerciali come l’African Growth and Opportunity Act (AGOA), l’industria tessile del Paese è diventata un pilastro dell’economia nazionale, rappresentando circa il 20% del PIL e offrendo lavoro a più di 38.000 persone, in gran parte donne, spesso unico sostegno economico delle loro famiglie. Il tessile è così diventato una dei principali settori del Lesotho, che esporta circa il 75% della produzione negli Stati Uniti. Al centro di questo piccolo universo c’è il colosso taiwanese Nien Hsing Group, che gestisce sia filande sia fabbriche di confezione in un sistema produttivo integrato. Ma dietro le cuciture perfette si celano ombre inquietanti: denunce di abusi sul lavoro e molestie sessuali hanno acceso i riflettori sulla condizione delle operaie, mentre il processo produttivo – fortemente idrovoro e chimicamente impattante – ha inquinato fiumi e compromesso la salute delle comunità locali.

A peggiorare la situazione, solo pochi giorni fa, l’introduzione di dazi del 50% da parte degli Stati Uniti, che rischiano di mettere in ginocchio il settore, minacciando migliaia di posti di lavoro e destabilizzando l’intero comparto. La parabola del jeans made in Lesotho racconta una realtà più ampia: quella di una globalizzazione che veste il mondo ricco, ma spesso dimentica chi cuce, a migliaia di chilometri di distanza. Secondo Trump, il Lesotho applica una tariffa del 99% sui prodotti statunitensi, ma il Governo ha affermato di non sapere come l’amministrazione statunitense abbia calcolato tale cifra: domanda che la maggior parte delle nazioni del mondo si sta ponendo in questo momento.

Nel suo stile ormai inconfondibile, Trump aveva liquidato il Lesotho come una “nazione di cui nessuno ha mai sentito parlare” durante un comizio tenuto lo scorso marzo. Un’uscita che ha fatto il giro del mondo, sollevando non solo imbarazzo diplomatico ma anche sarcasmo istituzionale. A rispondere per le rime è stato il ministro degli Esteri del Lesotho, che ha ricordato all’ex presidente un fatto semplice ma esplosivo: gli Stati Uniti hanno una loro missione diplomatica a Maseru, la capitale del Paese.

I diamanti: altro record per il piccolo stato del Lesotho

Quanto ai diamanti, sebbene non siano un acquirente diretto delle materie prime estratte, gli Stati Uniti giocano un ruolo decisivo — anche se dietro le quinte — nel sostenere l’industria diamantifera del Lesotho. Primo consumatore mondiale di diamanti, il mercato americano rappresenta la destinazione finale di molte delle pietre più pregiate estratte nel piccolo regno africano.

Provenienti da miniere celebri come Letšeng e Mothae, questi diamanti attraversano piazze internazionali come Anversa e Dubai prima di finire nelle mani di collezionisti e gioiellieri americani. Eticamente certificati grazie al Processo di Kimberley, i diamanti del Lesotho rispondono perfettamente alla crescente domanda statunitense di lusso “conflict-free“. Anche se le aziende americane non sono direttamente coinvolte nelle attività estrattive, attori statunitensi come il Rapaport Group influenzano i prezzi e le dinamiche di mercato a livello globale, contribuendo a determinare il valore delle gemme. Anche il settore diamantifero, vitale per le entrate del Paese e per il bilancio dell’export, potrebbe subire un contraccolpo se i compratori statunitensi decidessero di guardare altrove.

Cos’è l’AGOA

Lanciato nel 2000 dall’amministrazione Clinton, l’African Growth and Opportunity Act (AGOA) è stato uno degli strumenti più incisivi della diplomazia economica americana verso l’Africa subsahariana. L’accordo ha offerto a numerosi Paesi africani l’accesso esente da dazi al mercato statunitense per oltre 6.500 categorie di prodotti, dagli articoli tessili ai beni agricoli, fino a componenti automobilistici. Stati come Lesotho, Kenya ed Etiopia hanno potuto costruire interi settori industriali sfruttando questa corsia preferenziale: milioni di posti di lavoro creati, investimenti stranieri attratti, economie locali in fermento.

Ma il rovescio della medaglia non è mai stato nascosto. Le proroghe a breve termine hanno generato instabilità e incertezza, mentre il potere unilaterale degli Stati Uniti di revocare i benefici ha reso l’intero sistema precario. A ciò si aggiungono le critiche sulla reale capacità dell’AGOA di promuovere industrializzazione profonda e indipendenza economica a lungo termine. Con la scadenza fissata al 2025, il destino dell’accordo è appeso a un filo: rinnovarlo, riformarlo o sostituirlo? La partita è aperta, ma per milioni di lavoratori africani il tempo stringe.

Perché i dazi Usa mettono a rischio il Lesotho

Mentre il Lesotho beneficia di rapporti privilegiati con i suoi vicini — Botswana, Namibia, Sudafrica e Swaziland — grazie all’appartenenza a blocchi economici come l’Unione Doganale dell’Africa Australe, le nuove barricate commerciali alzate dagli Stati Uniti rischiano di far crollare il castello del piccolo regno africano. Con l’introduzione dei dazi voluti da Trump, i prodotti “Made in Lesotho” — jeans in testa — diventano improvvisamente meno appetibili sul mercato americano. Tradotto: prezzi più alti per i consumatori statunitensi, e una valanga di competitività persa per chi produce a Maseru.

Il commercio bilaterale tra Washington e il Lesotho, che nel 2024 ha raggiunto i 240,1 milioni di dollari secondo il Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, poggia su pilastri fragili: abbigliamento, diamanti, risorse idriche, energia e fibre come lana e mohair. E ora rischia un crollo verticale. Con metà della popolazione (2,3 milioni in totale) sotto la soglia di povertà e un tasso di disoccupazione che sfiora il 25%, Lesotho è classificato dalla Banca Mondiale come Paese a reddito medio-basso. E i margini di sopravvivenza sono sempre più sottili. Il ministro del Commercio, Mokhethi Shelile, ha lanciato l’allarme: il Paese è costretto a cercare nuovi mercati e punta sull’Area di libero scambio continentale africana (AfCFTA) per rilanciare le esportazioni verso partner africani meno esigenti — e più solidali. Ma nel frattempo, una delegazione d’urgenza verrà inviata a Washington per tentare di salvare il salvabile con un nuovo accordo commerciale. Sul tavolo c’è il destino di almeno 12.000 posti di lavoro nel settore tessile. Shelile non usa mezzi termini: “Se non si trova una soluzione, chiuderanno fabbriche, non solo contratti“.

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