Iveco si avvia verso il passaggio in mano cinese? First Automobiles Group (Faw), il principale produttore automobilistico dell’Impero di Mezzo, è pronto a mettere sul piatto 3,5 miliardi di euro per la società specializzata nella produzione di autocarri e camion, parte del gruppo Cnh Industrials controllato da Exor, la holding della famiglia Agnelli. Un’offerta importante per un gruppo capace di fatturare circa 5 miliardi di euro l’anno, poco meno di un quinto del totale di Cnh.

La prospettiva del deal apre diverse analisi. In primo luogo, la volontà di Exor-Cnh di cedere Iveco si inserisce in una duplice strategia focalizzata a consolidare la fiducia degli azionisti (che potrebbero ottenere fino a 1,5 miliardi di euro di dividendi in caso di cessione) e a consolidare il settore core delle loro attività sulla tradizionale linea automobilistica, nel contesto di una crescente globalizzazione del marchio che, come sancito dall’affare Fca-Peugeot e dalla nascita di Stellantis, parlerà sempre meno italiano. In secondo luogo, è da monitorare la scalata di Faw all’industria automobilistica e dei trasporti italiana, che il gruppo cinese consolida sia con investimenti in nuovi impianti (greenfield), come quello annunciato da un miliardo di euro per la realizzazione nel Bel Paese dei nuovi bolidi a zero emissioni nella Motor Valley emiliana, che attraverso l’ingresso nel capitale di aziende già attive come Iveco.

In terzo luogo, va monitorata l’influenza che l’accordo potrebbe avere per il sistema industriale nazionale. E qua il dibattito sulla possibilità di cedere Iveco in mani straniere si fa strategica e politica.

Da un lato, perché nel capitale di Stellantis, il nuovo colosso dell’auto italo-francese, con circa il 5,5% si posiziona un’altra azienda cinese, Dongfeng, colosso automobilistico di Wuhan, e questo porterà alla necessità di uno scrutinio notevole per i legami a doppio filo tra gli Agnelli-Elkann e la Repubblica Popolare nel contesto di un settore ad alta intensità occupazionale e ad alto valore aggiunto per il sistema-Paese.

Dall’altro, perché Iveco è un’azienda dall’elevato potenziale in questa fase. Il concetto chiave è quello del trasporto intermodale, per cui un’azienda come Iveco, produttrice di quei camion su cui viaggia buona parte del commercio nazionale (il 60% delle merci nel Paese si muove su strada) ha un’elevata importanza. In questi tempi, scrive Affari Italiani, “si parla sempre più di integrazione dei sistemi per cui camion, navi e treni diventano pedine dello stesso enorme scacchiere. Le navi a basse emissioni sono già realtà, i camion con combustibili alternativi – dal biometano a liquefazione all’idrogeno passando proprio per l’elettrico – sono il terreno di gioco delle prossime sfide per il comparto e Iveco è all’avanguardia, come testimoniato anche dall’alleanza strategica con Nikola”. La Cina, superpotenza economica attiva nella transizione ecologica con investimenti miliardari, avrebbe un notevole interesse a acquisire know-how, brevetti e competenze nello strategico settore dei trasporti.

E qui si apre una questione fondamentale connessa alla sicurezza dell’occupazione dei circa 23mila dipendenti della società, concentrati quasi completamente in terra italiana assieme a un cospicuo indotto, e alla tutela dell’italianità di numerose eccellenze industriali che Iveco custodisce. Il rischio è che un passaggio di Iveco in mani straniere metta dapprima a repentaglio l’indotto di fornitori, che secondo l’ex segretario della Cisl Marco Bentivogli occupa quasi 18mila persone nel nostro Paese, che rappresentano la categoria maggiormente a rischio di sostituibilità. Ma chi potrebbe, in futuro, non prevedere che delocalizzazioni e ridimensionamenti produttivi legati a scelte industriali prese fuori dall’Italia possano coinvolgere anche i poli principali di Iveco?

Brescia è ad esempio sede di un impianto di notevoli dimensioni in cui Iveco impiega 1.850 dipendenti per assemblare uno dei suoi modelli più di successo, l’Eurocargo, camion da trasporto merci apprezzato per la sua versatilità e per la sua tenuta di strada. La possibilità di un passaggio di proprietà di Iveco ha messo in allarme i deputati bresciani della Lega, che hanno presentato al ministero dello Sviluppo Economico un’interrogazione scritta. Eva Lorenzoni, Simona Bordonali e Paolo Formentini hanno avanzato le loro riserve sul fatto che un impianto tanto importante per l’economia della Leonessa d’Italia possa passare sotto controllo straniero. “Un accordo con l’attuale proprietà”, precisa Formentini contattato da InsideOver, “tutela e garantisce l’occupazione nello stabilimento (un tempo di proprietà delle Officine Meccaniche, ndr) fino al 2024. Ma se dovesse cambiare la proprietà non sappiamo che cosa potrebbe accadere”.

Da più parti lo Stato italiano è invitato ad usare il golden power per fermare la scalata cinese a Iveco. Una possibilità di stop all’affare prospettato da Cnh a Faw viene anche dai dubbi sul futuro della divisione di veicoli militari del gruppo Iveco, Iveco Defense Vehicles, avente sede principale a Bolzano e impianti a Piacenza, Vittorio Veneto e in Brasile, che partecipa e ha partecipato ai principali programmi per veicoli cingolati e mezzi corazzati della Difesa nazionale. Il passaggio di un asset strategico tanto importante a qualsiasi mano straniera, di questi tempi, creerebbe ovunque ansie e preoccupazioni. Se l’acquirente dovesse essere cinese, a maggior ragione, da più parti nascerebbero dubbi e timori. Fermo restando che la strategia industriale degli Agnelli-Elkann punta sempre di più verso una de-italianizzazione (la cessione di Magneti Marelli insegna), lo Stato italiano ha buoni motivi per difendere l’occupazione, i brevetti e le prospettive strategiche che l’italianità del gruppo Iveco permetterebbe di presidiare. Il mondo dopo il Covid-19 ha riportato in campo le necessità strategiche di protezione degli asset più importanti da parte degli Stati. Attori come la Francia lo hanno capito. Sarebbe ora per l’Italia di fare lo stesso.

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