Dal 1990 le retribuzioni reali italiane si sono contratte dell’6,6%, a fronte di un aumento medio del 35% nei paesi OCSE. In Francia e Germania, nello stesso periodo, si sono registrati incrementi di oltre il 30%. A dirlo è l’Ufficio parlamentare di bilancio in uno studio pubblicato il 21 luglio, che riaccende il dibattito sui salari italiani. L’analisi dell’Upb dice però molto altro, tracciando un quadro a tratti inedito della dinamica delle retribuzioni. Quattro sono i punti salienti da evidenziare: le retribuzioni nella manifattura salgono mentre crollano quelle dei servizi; l’incidenza del part-time si fa sempre più determinante; a scendere sono soprattutto gli stipendi già bassi; la classe media italiana si è di fatto estinta. Andiamo con ordine.
I salari nell’industria salgono, crollano nei servizi
La forbice è ampia. Tra il 1990 e il 2026 le retribuzioni lorde reali nei servizi sono crollate del 20,9%, mentre quelle dei lavoratori dell’industria e delle costruzioni sono salite del 16,5%. Si parla di valori reali, che scontano l’aumento del costo della vita negli ultimi 36 anni. La distanza tra i due numeri è di oltre 37 punti percentuali, sintomatica di traiettorie diverse nella contrattazione collettiva e nella produttività. Il settore industriale, a partire dai metalmeccanici, beneficia di CCNL largamente rappresentativi e rinnovati con una certa puntualità. Dopo il Covid, inoltre, ha dovuto affrontare una crisi nell’offerta di figure altamente specializzate legate alla produzione che potrebbe aver spinto verso l’alto la retribuzione di alcune categorie. A pesare sul dato dei servizi sono invece soprattutto i part-time e i full-time che lavorano meno di 52 settimane l’anno, nella grande maggioranza dei casi stagionali: laddove non c’è un rapporto di lavoro stabile e duraturo, il trattamento economico è peggiorato gravemente rispetto al 1990, erodendo in profondità il potere d’acquisto dei dipendenti.
Cresce il part-time (e taglia i salari)
Nel 1990 solo il 4,4% dei lavoratori in Italia era a tempo parziale. Nel 2018 la quota ha raggiunto il 31,5%. Si tratta di un dato poco aggiornato, che sembra contraddetto dai più recenti dati Istat (4,2 milioni di part-time su un totale di oltre 24 milioni di occupati): un divario che meriterebbe un chiarimento, ma che comunque conferma un fenomeno in corso da quasi quattro decenni, con effetti diretti sulla dinamica salariale. Mentre infatti i lavoratori full time (per tutto l’anno) hanno goduto di un aumento del 14,3% delle retribuzioni reali, i part time e gli “stagionali” hanno subito cali tra il 7 e l’8% tra il 1990 e il 2026. Secondo i dati Eurostat citati dall’Upb, in almeno la metà dei casi il part-time sarebbe involontario: gli italiani vorrebbero lavorare di più, ma il posto di lavoro non lo permette.
Ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri
Se ne parla spesso a proposito dello stock di patrimonio, ma la disuguaglianza colpisce in maniera rilevante anche il flusso dei redditi da lavoro dipendente. Il 10% dei dipendenti con le retribuzioni più basse ha perso quasi il 41% in termini reali dal 1990 a oggi. Allo stesso tempo, il 10% con gli stipendi più alti ha visto crescere il proprio potere d’acquisto reale del 3,3%. Il differenziale tra l’andamento delle retribuzioni alte e basse arriva così al 44%. Nella retribuzione mediana la caduta si ferma, per così dire, al 12,7%, mentre resta negativa per il 75% dei dipendenti con le retribuzioni più basse. L’indice di Gini calcolato sulle retribuzioni lorde è passato da 0,33 nel 1990 a 0,40 nel 2026: per l’Upb la crescita del part-time gioca un ruolo determinante in questo aumento della disuguaglianza. Insomma, chi già guadagnava guadagna ancora di più. I precari invece soffrono.
Estinzone della classe media
Alla luce di questa polarizzazione e di una dinamica salariale stagnante, non sorprende che la classe media risulti sostanzialmente estinta. Più che una classe media, le statistiche parlano ormai di una grande classe medio-bassa: circa il 70% dei dipendenti italiani guadagna meno di 28mila euro lordi annui. A colpire è soprattutto la distribuzione dei salariati nella fascia 18mila-30mila euro lordi annui: nel 1990 questa fascia di reddito (misurata in euro di oggi, non con la semplice conversione delle lire dell’epoca) assorbiva la parte più consistente dei lavoratori — quella che un tempo si chiamava “classe media”, motore dei consumi interni e del risparmio privato. Oggi questa fascia centrale non esiste più: i lavoratori che un tempo ne facevano parte si sono spostati verso la classe di reddito inferiore ai 15mila euro annui. I fattori all’origine di questo spostamento sono due: l’incremento del part-time e il mancato aumento in termini reali delle retribuzioni, erose negli ultimi tre decenni dal crescente costo della vita. Così il potere di acquisto si riduce e le ambizioni delle famiglie vengono riviste al ribasso.