Nelle ultime settimane è aumentata notevolmente la pressione sull’Italia perché ratifichi la riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) conclusa nel 2021 ai tempi del governo Conte II e che né l’avvocato pugliese alla guida del governo formato da Movimento Cinque Stelle e Partito Democratico né Mario Draghi e il suo esecutivo di unità nazionale hanno mai chiesto di ratificare esplicitamente.

Giorgia Meloni non sembra volersi discostare dalla linea dei suoi predecessori e, anzi, con l’ascesa di Fratelli d’Italia a forza guida del governo il no alla ratifica della riforma del Mes è diventata da frutto di un compromesso tra coalizioni divise un baluardo dell’esecutivo. La riforma prevede un contributo del Mes al Fondo di risoluzione unico (Srf) per le crisi bancarie ed è contestato da Fdi perché si ritiene che la sua approvazione riporterebbe d’attualità il Mes nel suo complesso e lo spauracchio per una possibile richiesta di ristrutturazione del debito italiano.

Curioso, dunque, che nel periodo segnato da una tensione bancaria notevole tra Svizzera e Stati Uniti che ha avuto code europee col caso Deutsche Bank l’Ue torni a fare pressione ad altissimi livelli su Roma perché l’itinerario della riforma sia compiuto. La stessa presidente della Banca centrale europea, la francese Christine Lagarde, ha sottolineato la volontà dell’Eurotower di vedere la riforma in vigore in tempi brevi parlando con il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti al recente Ecofin.

La riforma del Mes aggiungerebe un “terzo grado” di giudizio alla risoluzione delle crisi più gravi in ambito bancario nell’Europa a Ventisette. Ad oggi si partirebbe col bail-in che farebbe pagare a obbligazionisti e titolari di conti correnti notevoli il costo della risoluzione di uno stato di crisi e, in caso di insufficiente disponibilità di risorse, il Srb interverrebbe scaricando le sue cartucce finanziarie sull’istituto in crisi per tenerlo a galla, proteggerlo da una fuga di capitali, evitarne il dissesto e prevenire il contagio.

Per l’analista economico Giuseppe Liturri il timore è che senza volerlo dire esplicitamente la Bce preveda il rischio di un dissesto finanziario tale da dover richiedere l’aiuto del Mes al Srb: “Potrebbe essere imminente un dissesto bancario di dimensioni tali dover richiedere dapprima il bail-in di obbligazionisti e depositanti oltre 100 mila euro fino al 8% del passivo della banca. Tale sacrificio non dovrebbe essere sufficiente a riequilibrare attivo e passivo al punto che dovrebbe intervenire il Srf, i cui circa 60 miliardi non dovrebbero bastare per soccorrere la banca”, nota Liturri su StartMag. “A quel punto sarebbe necessario il prestito del Mes al Srf per intervenire come autorità di risoluzione e tenere la banca”, o le banche interessate da un’eventuale crisi, “in piedi“. Tale solerzia da parte di Lagarde confliggerebbe, dunque, con l’affettata serenità mostrata dopo la tempesta finanziaria su Credit Suisse che ha portato l’ex governatrice del Fondo Monetario Internazionale a definire “infondate” le preoccupazioni per un contagio.

La realtà dei fatti dice che l’Italia è oggi il Paese che ha meno interesse a vedere una riforma del Mes compiuta entrare in vigore e le cui banche hanno meno da temere da un possibile effetto di sistema. La cura da cavallo degli anni scorsi sui crediti deteriorati, la vigilanza stretta, i processi di consolidamento avvenuti sul fronte delle fusioni tra istituti e i risultati concreti leggibili nei bilanci testimoniano un percorso di rafforzamento che ha avuto nei nostri istituti il capofila. E in quest’ottica Roma può giocare a viso aperto coi suoi tempi la partita europea. Non è un caso che Meloni e il governo abbiano ripreso a parlare del fatto che la riforma del Mes potrebbe essere approvata se al sì di Roma si aggiungesse un impegno europeo a consolidare le misure pro-crescita e anti-austerità.

Meloni ha ricordato che il Mes è la “Cassazione” nel giudizio su un futuro di una banca in crisi e che piuttosto bisogna rinforzare “il primo e il secondo grado di giudizio” accelerando la corsa verso il completamento dell’unione bancaria, per uniformare i parametri di vigilanza ed evitare che in futuro singoli sistemi, come accaduto a quello italiano nel 2015-2018, si trovino sotto il fuoco della vigilanza e delle tensioni dei mercati. Progressi in tal senso sono attesi da tempo ma a frenarli in particolare è la Germania. La stessa nazione che, sul fronte opposto, sostiene con maggior virulenza l’approvazione italiana del Mes e che ha le sue banche sotto il fuoco delle tensioni dopo l’ultima fase di turbolenza.

L’aumento della pressione su Roma non si può spiegare se non con l’aumento dei timori in tutta la comunità dei Ventisette nell’ultima fase per rischi sistemici che non vogliono essere, però, espressi a voce alta. E da cui però l’Italia, formica di fronte alle cicale finanziarie nordiche, questa volta non sarebbe assolutamente parte. Mes o non Mes. La richiesta di chi, come Meloni, chiede di far camminare assieme diverse riforme è pienamente “europeista”. Chi si concentra solo sul Meccanismo di stabilità, strumento puramente emergenziale e non strutturale, lo è ad oggi molto meno.

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