La pandemia di Covid-19 ha riportato molti esponenti del mondo politico ed economico europeo a convertirsi sulla via di Damasco del rifiuto dell’austerità. Messi di fronte alla realtà dei fatti, i decisori della Commissione europea hanno sospeso i vincoli di bilancio e il Patto di Stabilità, Paesi come la Germania hanno rottamato il rigorismo più estremo e ogni ortodossia tradizionale si è dimostrata fallace, con buona pace dell’Olanda, dell’Austria e dei pochi “falchi” che ancora difendono il rigore a ogni costo.

Draghi e una manovra ambiziosa

Basta spulciare la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Nadef) presentata a fine settembre del governo Draghi per mostrare la fallacia di diversi dogmi propugnati per anni: se si pensa che nel 2018 la Commissione Juncker fece fuoco e fiamme per impedire un deficit al 2,4% al governo M5S-Lega e nel 2019 quello M5S-Pd si vide stoppate richieste di un’extra deficit per investimenti produttivi in nome di regole complesse come quelle dell’output gap di cui abbiamo approfonditamente parlato, non osiamo immaginare come i soloni del rigore avrebbero commentato il documento del governo Draghi.

Miracolo: il governo Draghi, artefice della svolta neo-keynesiana, promuove per gli anni a venire corposi deficit senza tralasciare che nonostante ciò l’impatto sul rapporto debito/Pil sarà positivo. Per anni i fautori del rigore hanno dimenticato che il rapporto debito/Pil si evolve non solo in base all’andamento del numeratore (uno stock incrementato ogni anno dai deficit) ma anche sulla scia delle crescite o delle diminuzioni del denominatore (un flusso annuo), che appare a conti fatti il fattore decisivo.

Il governo prevede dunque per quest’anno una crescita del 6%, con deficit di bilancio altissimo, il 9,4% e, per gli anni a venire, deficit del 5,6% e del 3,9%, ma parallelamente una discesa del rapporto debito/Pil dal 155,6% del 2020 al 147,9%. La crescita consentirà, nell’ottica del governo, il riassorbimento della batosta del 2020 sul medio-lungo periodo ma lancerà soprattutto un’importante notifica alle cancellerie europee e alla Commissione: con la prossima manovra di bilancio e il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) Draghi e il governo vogliono lanciare la sfida per consolidare il superamento dei vincoli più stringenti del Patto di Stabilità e del Trattato di Maastricht.

La Bce ha aiutato a superare l’austerità

Lo ha fatto notare con decisione anche un economista critico dei dogmi del rigore come Carlo Clericetti in un intervento su MicroMega: in questa fase si è prodotto un contesto favorevole a una svolta anti austeritaria caratterizzata da “niente limiti al deficit, un primo abbozzo di debito comune europeo” e,  soprattutto un intervento emergenziale della Banca centrale europea che “di fatto sta finanziando le spese degli Stati, come del resto tutte le altre banche centrali”. La svolta giapponese del finanziamento diretto dei deficit degli Stati, che la Bce non può da statuto compiere svolgendo il ruolo di prestatore di ultima istanza, è stata completata di fatto allargando le maglie del piano di acquisto titoli, estendendo la “sterilizzazione” dei debiti nazionali, consentendo un alleggerimento del rating e della volatilità dei titoli nazionali. Un cambio di paradigma in cui, nel quadro di un piano da 3mila miliardi di euro, l’Italia è stata tra i massimi beneficiari.

Clericetti paragona giustamente questa fase alla precedente risposta alla crisi economica del 2010-2012 in cui l’austerità fu, di fatto, la risposta promossa su iniziativa primaria della Germania di Angela Merkel. Col mito dell’austerità espansiva e del rigore sui conti passò l’idea problematica che l’applicazione diretta dei vincoli di bilancio avrebbe creato lo sviluppo necessario a una ripresa. In quella fase “la politica di bilancio veniva ingabbiata nei famosi parametri, resi più stringenti e pervasivi dal 2012” e fonte di vere e proprie azioni autolesionsite tristementi note in Paesi colpiti dalla crisi come l’Italia. Impedire agli Stati di fare deficit contro la crisi in fase emergenziale fu “come negare una bottiglia di vino a un assetato nel deserto sostenendo che il vino fa male. Certo che troppo vino fa male: ma far morire di sete è un’alternativa demenziale”.

Dato che il finanziamento monetario diretto al deficit dei Paesi non potrà continuare a tempo indefinito, complici le fiammate inflazioniste e le problematiche strutturali che la ripresa porta con sé per industria, commerci, rifornimenti energetici, non risolvibili con il semplice stimolo finanziario, per l’Europa la sfida chiave sarà rompere definitivamente la gabbia del rigore impedendo che le regole strutturali tornino a far sentire la loro cappa dopo che la fase di sospensione si concluderà. E in quest’ottica l’Italia, assieme ai Paesi del Mediterraneo e del Sud Europa, ha già iniziato la corsa, in attesa che in Germania si concludano le discussioni per il nuovo governo e nella speranza che il nuovo cancelliere (Olaf Scholz o chi per lui) continui la linea realista e pragmatica dell’ultima era Merkel e metta all’angolo tanto le tentazioni iper-liberiste del Partito Liberale quanto la volontà di ritorno al passato dei falchi europei.

Una sfida in salita?

La Nadef italiana appare la manifestazione della possibilità di una svolta e il 2022 sarà l’anno chiave per capire se ciò potrà effettivamente concretizzarsi? Mai cantare vittoria troppo presto, in ogni caso. Questo il ragionamento dell’economista Stefano Lucarelli, docente di Politica economica all’Università degli Studi di Bergamo che, contattato da Inside Over, sottolinea come appaia “estremamente difficile immaginare che l’Italia possa giocare un ruolo di leadership nel bacino mediterraneo”, fondamentale per costruire l’austerità. Per Lucarelli è importante sottolineare che all’interno dell’Ue e anche del sottogruppo di Paesi membri dell’Eurozona “esistono da sempre diversi interessi che possono ricondursi in prima approssimazione a due grandi gruppi: da una parte vi sono gli interessi ricondicibili ai Paesi e alle regioni europee più integrate nei processi produttivi che al centro hanno il sistema economico nazionale tedesco e, in altri comparti quello francese; dall’altro vi sono gli interessi delle periferie. La maggior parte del sistema economico nazionale italiano fa parte delle così dette periferie europee“.

La sfida chiave per il futuro dell’Europa sta oggigiorno nei differenziali della ripresa tra le due anime dell’Europa, con il primo “molto vicino alla piena occupazione” e tradizionalmente ostile a recedere da “politiche monetarie non espansive” per non perdere i suoi vantaggi competitivi. Lucarelli aggiunge che il secondo gruppo di Paesi “è ancora lontano dalla piena occupazione e generalmente ha vantaggi competitivi maggiori in una situazione caratterizzata da politiche monetarie espansive”.

Circa le politiche fiscali espansive si può dire che, almeno a parole, “tutti i Paesi europei sono impegnati in un processo di cambiamento strutturale che dovrebbe condurre ad una transizione green e ad una maggiore digitalizzazione delle proprie economie”. Questo però, secondo Lucarelli, “sta avvenendo in un contesto problematico per almeno due ordini di ragioni: il primo è che anche nei settori nascenti si sta determinando un divario di interessi: da una parte i Paesi centro che stanno declinando i Recovey Plan configurandosi come produttori delle nuove tecnologie necessarie alla transizione green e alla digitalizzaizone, e dall’altra i Paesi periferici che invece appaiono più distanti da una visione strategica della politica industriale e delle innovazioni e che corrono il rischio di essere solo acquirenti delle nuove tecnologie prodotte da altri; il secondo è la tendenza al rialzo dei prezzi delle materie prime che stiamo fronteggiando, spiegabile soprattutto per ragioni geopolitiche”.

La sfida della ripresa dell’Europa, questo il senso del ragionamento dell’economista, passa non solo attraverso la definizione di nuove regole contabili. Cambierà il terreno di gioco, ed è probabile che nella definizione della nuova Europa tornino in campo le strutture e le alleanze politico-industriali associate alle tradizionali catene del valore, destinate a riposizionarsi secondo i tradizionali blocchi. Dunque per il governo Draghi e l’Italia sarà importante definire in termini qualitativi, tecnologici, strategici e di lungo periodo le politiche per la crescita. Permettendo al sistema-Paese di posizionarsi sui più alti e pregiati livelli della ripresa per far sì che essa si consolidi e superi le fasi contingenti favorite dalla sponda Bce e dalle regole più lasche. Una rotta che ci permetterebbe di far valere con maggior forza la voce alle trattative per il superamento del rigorismo più ortodosso.