Il piano economico cinese non tiene in Israele. Washington sbarra la nuova Via della seta che voleva passare nel cuore del Medio Oriente e Pechino perde così le commesse per la costruzione di grandi opere vicine ai “siti sensibili” sul suolo israeliano che avevano messo in allerta fin dal primo momento gli 007 dei “Five Eyes”. Le pressioni mosse dal Segretario di Stato Mike Pompeo, che si è recentemente recato in visita a Gerusalemme per ribadire agli omologhi dello Stato ebraico il “netto rifiuto di Washington alla penetrazione di Pechino”, sembrano essere state sufficienti a mietere un’altra “vittima”: l’azienda cinese che ha perso il contratto per costruire il più grande impianto di dissalazione di Israele.

Appena due settimane fa, Mike Pompeo era volato nell’ambasciata americana di Gerusalemme – nuovo simbolo dell’eterna vicinanza tra i due Paesi alleati – e aveva messo in guardia i vertici israeliani nei confronti della Hutchison Water, direttamente collegata ad una conglomerata cinese con sede ad Hong Kong. L’azienda cinese era stata selezionata per costruire il cosiddetto “Soreq B”, un gigantesco impianto di desalinizzazione che andrà ad aggiungersi a quello già in funzione in prossimità della base aerea di Palmachim, situata a sua volta in prossimità del Centro di Ricerca nucleare di Soreq. Questa nuova struttura è destinata a diventare la più grande del suo genere. In grado di produrre “200 milioni di metri cubi di acqua all’anno e aumentare la capacità di dissalazione di Israele del 35%”.

Dopo il cambio di rotta “suggerito” dal Segretario di Stato americano, essa verrà realizzata interamente dalla israeliana Ide: senza investimenti e senza la presenza di Pechino nell’operazione che permetterà ad Israele di “risparmiare al paese circa 3,3 miliardi di shekel durante la vita dell’impianto”. L’annuncio formale, come riportato oggi dal quotidiano Hareetz , è stato fatto da un comitato congiunto dell’Autorità per l’Acqua, il ministero delle finanze e il ministero dell’Energia israeliani. Le autorità hanno concesso l’appalto alla società israeliana con sede a Kadima che si era già occupata dell’attuale impianto di dissalazione di Soreq.

Il direttorio israeliano conferma in questo modo, e ancora una volta, la sua piena fiducia dell’alleato americano; che ha espresso il suo consiglio “strategico” attraverso il più autorevole dei suoi ambasciatori. Durante la sua visita in Israele, l’ex direttore della Cia Mike Pompeo ha sottolineato come gli investimenti cinesi nelle infrastrutture che sorgono in prossimità di siti sensibili potrebbero rappresentare un rischio per la sicurezza di Israele e dei suoi alleati.

Messa al corrente delle dichiarazione del segretario americano, l’ambasciata cinese presso lo Stato ebraico aveva immediatamente reagito a queste insinuazioni bollando come “assurde” le congetture che Washington sta sollevando intorno agli investimenti all’estero promossi da Pechino e sulla colpevolezza della diffusione del virus che ha provocato la pandemia.

I diplomatici cinesi hanno rilasciato una serie di dichiarazioni nelle quali confidato che Israele: “sconfiggerà il coronavirus” insieme al “virus politico”; vittoria che le consentirà di  “sceglierà la linea d’azione che servirà meglio i suoi interessi”. La velata querelle fa chiaramente riferimento alle pressioni che il presidente americano Donald Trump sta esercitando nei confronti di tutti i partner e gli alleati che stanno “aprendo” alla Cina; con l’obiettivo di limitare gli investimenti di Pechino, e proseguire a sferzare colpi vincenti nella lunga “guerra commerciale” che si protrae con la potenza asiatica.

La strategia americana è in larga parte basata sull’onnipresente pericolo per la sicurezza. E questa evenienza ha già spinto il gabinetto di sicurezza israeliano ad istituire un “meccanismo per monitorare gli investimenti cinesi” come diretto seguito delle pressioni degli Stati Uniti. Le morti sospette, come quella dell’ambasciatore cinese o dell’ipotetica “spia” collegata alla grandi opere cinesi in Australia, non fanno che giocare a favore di questa teoria che finisce per farci immaginare trame intriganti (quanto indimostrabili) degne della penna di Le Carré. Nonostante l’insistenza di Washington, tuttavia, le ombre cinesi continuano ad incombere sull’Occidente. A nulla sono valsi infatti i continui “moniti” dell’intelligence americana di rifiutare l’installazione della rete 5g in gran parte d’Europa. Se c’è davvero un pericolo di spionaggio infatti, a Pechino basterà invadere il cyberspazio, non il dissalatore di Soreq.

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