Il settore finanziario è uno dei principali fattori abilitanti della perpetuazione dell’occupazione, del regime di apartheid e del genocidio del popolo palestinese da parte di Israele, destinando poderosi flussi di denaro ad attori economici o entità statali complici di tale infrastruttura dell’oppressione.
Lo ha dimostrato dettagliatamente con il suo rapporto From economy of occupation to economy of genocide la Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, Francesca Albanese. Nella stessa analisi la giurista ha fatto luce sul ruolo determinante svolto dai titoli di Stato emessi da Israele, decisivi per finanziare la macchina di annientamento diretta contro la Striscia di Gaza. Nonostante tale evidenza, il Lussemburgo ha approvato il prospetto informativo per la vendita di obbligazioni israeliane, diventando motore economico per gli sforzi militari sostenuti da Tel Aviv. E innescando al contempo la reazione della società civile del Granducato, da cui è partita la campagna Stop Israel bonds.
I “war bonds” israeliani finanziano l’assalto su Gaza
Nel rapporto della Relatrice Francesca Albanese — pubblicato a giugno 2025 — si legge che dal 2022 al 2024, la spesa militare israeliana è aumentata passando dal 4,2% all’8,3% del PIL. Nello stesso arco di tempo il bilancio pubblico è scivolato in un disavanzo vicino al 7% del PIL, mentre il rapporto debito pubblico/PIL è salito al 69%, come dichiarato dallo stesso ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. Israele ha coperto il fabbisogno legato a una condizione di “guerra permanente” aumentando l’emissione di obbligazioni. Sebbene il debito sovrano di Israele venga generalmente aggiunto al bilancio statale complessivo, sono state le stesse autorità israeliane a rivelare che le obbligazioni degli ultimi anni sono state emesse specificamente per coprire i costi delle operazioni militari su Gaza. Il marketing israeliano — «Stand with Israel. Israel is at War» — collega esplicitamente le obbligazioni al finanziamento delle operazioni militari, come si legge nell’analisi The Approval of the Israel Bonds Prospectus in Luxembourg.
La doppia architettura del debito di guerra israeliano
Oltre ai cosiddetti “war bond” collocati sui mercati internazionali da grandi banche d’investimento – 19,4 miliardi di dollari tra ottobre 2023 e gennaio 2025, secondo un’indagine di Profundo, BankTrack e PAX – Israele ha emesso una seconda famiglia di debito: i diaspora bond commercializzati da Israel Bonds/DCI.
I primi sono titoli sovrani benchmark, negoziabili e destinati a investitori istituzionali; i secondi sono obbligazioni illiquide, non negoziabili — gli investitori devono cioè detenerle fino alla scadenza —, distribuite direttamente a piccoli risparmiatori, comunità religiose ed enti locali. Strutturalmente diversi, entrambi alimentano però lo stesso ammasso di liquidità cui il Tesoro israeliano può attingere per sostenere l’economia di guerra, la costruzione di insediamenti e le operazioni militari a Gaza, ma anche in Libano e Iran.
Dani Naveh, presidente e CEO di Israel Bonds, aveva dichiarato al Financial Times nel novembre 2023 che la maggior parte degli investimenti proveniva da Stati Uniti ed Europa, suddivisi in modo pressoché equo tra investitori privati e istituzioni, e che la società da lui amministrata — registrata negli Stati Uniti ma affiliata al Ministero delle Finanze israeliano — non aveva «mai ricevuto un sostegno così ingente, in termini di numeri e portata degli investimenti, da parte di così tante persone».
Lussemburgo, nuovo hub regolatorio per gli Israel Bonds in Europa
Relativamente agli Israel Bonds/DCI, lo Stato ebraico ne ha emessi per un valore di 8 miliardi di dollari nel solo marzo 2024. Ulteriori 5 miliardi di dollari sono seguiti nel febbraio 2025 e 6 miliardi nel gennaio 2026. Tra ottobre 2023 e aprile 2025, sono stati venduti titoli di Stato israeliani per un valore di 417 milioni di euro in Francia, Germania, Austria, Belgio e Irlanda.
Per anni la Central Bank of Ireland (CBI) è stata l’organo di regolamentazione del programma di emissione di tali obbligazioni, fino a quando, a fronte di una sostenuta opposizione in Parlamento e dnlla società civile nel Paese alla luce degli attacchi su Gaza, il ruolo di approvazione del prospetto per i bond della diaspora è stato trasferito — su richiesta dello Stato di Israele — alla Commission de Surveillance du Secteur Financier (CSSF) del Lussemburgo, che dal 1° settembre 2025, è diventata l’unico canale regolatorio attivo per l’approvazione dei prospetti delle obbligazioni israeliane destinate alla diaspora nell’UE. L’approvazione è avvenuta senza consultazione preventiva con il Ministero degli Affari Esteri ed Europei del Lussemburgo; la CSSF ha di fatto informato il governo solo il 15 settembre 2025.
In virtù dell’espediente tecnico del “passaporto europeo” — il meccanismo che, una volta ottenuta l’autorizzazione in uno Stato membro, consente di vendere lo stesso prodotto finanziario nell’intero blocco comunitario senza nuove autorizzazioni nazionali — Israele può raccogliere capitali in tutta l’UE attraverso uno strumento finanziario abbastanza insolito che offre rendimenti — ammantati con l’etichetta di “premio patriottico” — significativamente inferiori (circa il 4-5%) rispetto a quanto il mercato istituzionale richiederebbe per un Paese in guerra (stimato tra il 15% e il 25%).
Peraltro le campagne promozionali della DCI, che minimizzano il deterioramento dei conti pubblici israeliani e presentano questi titoli come sostegno a un’economia “resiliente”, pongono indubbiamente questioni legate alla tutela degli investitori. E tuttavia, queste ultime, per quanto gravi, non sono l’aspetto più controverso della vicenda. C’è ben altro che investe la sfera del diritto internazionale e pone il Lussemburgo — principale hub della finanza sostenibile in Europa — in una posizione fortemente critica sul piano reputazionale.
Stop Israel Bonds: la mobilitazione della società civile lussemburghese
Le operazioni militari condotte da Israele contro la Striscia di Gaza sono oggetto di tre ordinanze di misure cautelari della Corte Internazionale di Giustizia (CIG), che ha riscontrato un rischio plausibile di genocidio, una soglia che attiva il dovere di prevenzione ai sensi dell’articolo I della Convenzione sul Genocidio per tutti gli Stati terzi, Lussemburgo incluso, indipendentemente da qualsiasi pronuncia definitiva nel merito. Per tale ragione, secondo esperti di diritto e relatori delle Nazioni Unite, il Granducato potrebbe essere accusato di complicità in violazioni del diritto internazionale. Il Lussemburgo ha peraltro formalmente riconosciuto lo Stato di Palestina il 22 settembre 2025. I critici sottolineano, dunque, l’incoerenza tra il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione palestinese e l’autorizzazione di strumenti finanziari che sostengono le operazioni militari contro quella stessa popolazione. Inoltre il Granducato ha votato a favore di una serie di risoluzioni ONU, succedutesi dal 2023, che chiedono un cessate il fuoco e condannano la situazione a Gaza. E, tuttavia — attraverso la CSSF — lo Stato fornisce simultaneamente l’infrastruttura finanziaria che facilita il finanziamento delle operazioni oggetto di tali risoluzioni.
Il termine ultimo di settembre 2026 per il rinnovo del prospetto rappresenta un momento decisivo. Ed è per questo che la società civile lussemburghese si è mobilitata dando vita alla campagna Stop Israel bonds che chiede con forza al settore finanziario del Lussemburgo di allinearsi a quanto richiesto dal diritto internazionale, smettendo di convogliare flussi di capitali verso uno Stato accusato di apartheid, occupazione illegale e condotta genocidiaria. L’intento è di continuare a far pressione per portare all’isolamento finanziario di Israele, come accadde al Sudafrica dell’apartheid. A proposito di quest’ultimo caso, Desmond Tutu dichiarò: «In Sudafrica, non avremmo potuto raggiungere la nostra libertà e una pace giusta senza l’aiuto delle persone in tutto il mondo, che attraverso l’uso di mezzi non violenti, come i boicottaggi e il disinvestimento, hanno incoraggiato i loro governi e altri attori aziendali a invertire decenni di sostegno al regime dell’Apartheid». Il parallelo con il Sudafrica non è solo retorico. La speranza è che si arrivi allo stesso esito anche in Palestina.