Al centro delle tensioni tra Iran e Stati Uniti, sfociate nell’attacco ad alcune petroliere in transito e culminate nel blocco di una petroliera britannica, lo Stretto di Hormuz è uno dei punti più caldi della regione mediorientale. Su di esso gravano le continue minacce di chiusura da parte della Repubblica islamica che, se attuate, inciderebbero sensibilmente sull’economia globale.

Dividendo la Penisola arabica dalle coste dell’Iran, questo spazio di mare è uno dei principali choke-point del mercato petrolifero mondiale, in cui transita circa il 24 percento del petrolio prodotto nel mondo e il 60 di quello proveniente dal Golfo. Soltanto nei primi quattro mesi del 2019, vi sarebbero transitati più di 16 milioni di barili al giorno.

Dallo Stretto passano tutte le esportazioni provenienti da Kuwait, Qatar e Bahrain; a queste si aggiungono il 90 percento di quelle che provengono da Arabia Saudita e Iraq e il 75 percento di quelle emiratine. L’importanza geo-strategica dello Stretto di Hormuz è determinata anche dal fatto che la maggior parte di questi Paesi non ha a disposizione rotte alternative per l’esportazione del greggio.

Le rotte petrolifere irachene

In questo scenario si colloca l’Iraq, uno dei Paesi maggiormente dipendenti dallo Stretto, sua unica possibilità per accedere al mare. Il governo di Baghdad attraversa un periodo difficile a livello economico, a causa degli sforzi sostenuti nella guerra contro lo Stato islamico. Le entrate principali dell’Iraq sono rappresentate dalla vendita di idrocarburi – petrolio e gas naturale –. Anche se consistenti, il Paese non riesce però a far fronte al suo fabbisogno finanziario. Una recente missione del Fmi in Iraq ha evidenziato le molte vulnerabilità dell’economia irachena: ripresa debole, spesa corrente fuori controllo, corruzione diffusa.

Vicino a diventare il quarto produttore di petrolio al mondo, l’Iraq esporta una media di 3,5 milioni di barili al giorno. Le principali rotte petrolifere irachene sono due: nel sud del Paese, attraverso i porti di Basra, e nella regione del Kurdistan iracheno, dove viene esportato attraverso un oleodotto – gestito dalle autorità curde – che collega la città di Faysh Khabur al porto di Ceyhan, in Turchia.

L’Iraq gioca d’anticipo

L’escalation di tensione nello Stretto di Hormuz ha messo in allarme Baghdad, spingendolo verso la diversificazione delle rotte di esportazione. Lo scorso gennaio, il governo aveva programmato l’incremento della produzione di greggio nel campo petrolifero di Majnoon (Basra) di ulteriori 50 mila barili al giorno entro la fine del 2019 e di 210 mila barili al giorno entro la fine del 2021. Per incrementare la capacità dei campi petroliferi meridionali, l’Iraq avrebbe anche progettato di realizzare un nuovo oleodotto offshore della capacità di 700 mila barili al giorno entro la fine del 2019. “Il Paese deve velocizzarsi nel diversificare le rotte di esportazione” – ha dichiarato il primo ministro iracheno Adil Abdul-Mahdi – “dal momento che Baghdad dipende in larga parte dalla ricchezza petrolifera”.

La questione delle rotte di esportazione alternative è stata trattata martedì scorso in occasione del Consiglio dei Ministri, durante il quale si è discusso anche dell’oleodotto che collegherà l’Iraq all’Egitto, attraverso la Giordania. Un progetto da 18 miliardi di dollari, in grado di trasportare circa un milione di barili al giorno dal territorio di Rumayla, a sud di Basra, al porto di Aqaba, nel sud della Giordania. Da qui – oltre a poter essere venduto sulle rotte internazionali -, attraverso il mar Rosso, il greggio raggiungerà anche l’Egitto, garantendo a Baghdad nuovi mercati per l’esportazione dell’oro nero.

Peraltro, nel progetto sarebbe prevista un’estensione dell’oleodotto da Bassora a Kirkuk, a 800 km più a nord. Al momento, il petrolio estratto qui può raggiungere solo il porto turco di Ceyhan. La nuova tratta permetterebbe di diversificare anche rispetto alla Turchia.

Per il premier Mahdi, “oggi l’Iraq non è libero di scegliere in che modo esportare petrolio, a differenza del passato, in cui aveva maggiori sbocchi”. Occorre tornare lì, per non trovarsi con molto petrolio, ma infrastrutture debolissime. La via per la ricostruzione dell’Iraq passa dal suo oro nero.

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