Iran, Ucraina e non solo: le guerre incrociate che perturbano l’economia globale

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Lo shock energetico della Terza guerra del Golfo ha subito la sua giornata più acuta nella giornata di lunedì 9 marzo salvo poi rientrare sulla scia delle parole (apparentemente) distensive di Donald Trump su una prossima fine del conflitto con l’Iran dopo una telefonata col presidente russo Vladimir Putin.

L’ottovolante dell’economia

Come ha ricordato nella giornata odierna Silvia Berzoni nel podcast Morning Finance, la seduta di ieri passa alla storia della finanza: l’ottovolante del prezzo del petrolio Brent e Wti ha prodotto prima, in apertura di settimana, la massima impennata e poi la massima variazione intra-day del greggio, che da 120 dollari all’apertura dei mercati asiatici si è trovato a 88 dollari in chiusura di seduta americana.

“La guerra in Iran può durare a lungo, ma se vengono meno le paure di una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz o di attacchi iraniani diretti ai siti petroliferi, gasdotti e oleodotti dei Paesi del Golfo, la durata del conflitto spaventa molto meno i mercati”, ha scritto sul tema Gabriel Debach, Market Analyst di eToro, ricordando che “gli shock geopolitici tendono a essere intensi ma relativamente brevi sul fronte azionario”. Il mercato digerisce ma tende a dimenticare in fretta le lezioni della storia recente, e di conseguenza a dover essere attenzionata è principalmente la serie storica recente di eventi accumulatisi come linee di faglia e frattura sull’ordine economico internazionale.


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Il Giano Bifronte della globalizzazione

La storia recente è accomunata da una lezione comune: l’economia è politica, anzi geopolitica. Il capitalismo della globalizzazione-Giano Bifronte, che da un lato crea maggiori interconnessioni con l’intelligenza artificiale, gli algoritmi, l’innovazione di frontiera e dall’altro scatena una competizione serrata per risorse, fonti energetiche, rotte di comunicazione. E alla prova dei fatti grandi discorsi sugli investimenti in conto capitale delle big dell’intelligenza artificiale, dei trend della finanza, delle prospettive su mercati emergenti e dazi risultano giocoforza subordinati alla prova di forza dei leader.

Paradosso di un mercato sovraprezzatosi negli anni in cui l’ordine globale si de-strutturava e il vecchio assioma secondo cui dove passano le merci (o i dati) non passano gli eserciti rischia di non valere più. Oggi per non far passare gli eserciti di domani, si mirano a controllare merci e risorse. E questo è uno dei dati strategici della grande stagione dell’incertezza bellica. L’Iran lo conferma: spesso i mercati hanno considerato le variabili militari come dato contingente, come se si potessero togliere dalla equazione della crescita infinita.

Si scopre che l’ordine globale è sottoposto a shock e disruption, e una crisi chiama l’altra: il fatto che Putin abbia ricevuto un sollievo dalle sanzioni al petrolio russo e si sia riferito all’Europa offrendo gli idrocarburi di Mosca in tempi di grande crisi delle forniture mostra sia la geometria variabile delle alleanze, dato che la Russia mira a capitalizzare sulle sventure che toccano l’amico Iran, sia l’interconnessione tra le crisi.

La geopolitica plasma l’economia

La tempesta del Golfo non avrebbe avuto lo stesso impatto sull’energia e l’economia se la guerra in Ucraina non fosse stata ancora in corso, e riducendo le possibilità di una soluzione negoziata su questo secondo fronte ne amplifica l’impatto globale. Parimenti, le Forche Caudine delle guerre incombono sulle dinamiche economiche in ogni ambito. Il commercio globale? Attraversa un Mar Rosso su cui si affaccia il Sudan dilaniato dalla guerra civile e, più a Sud, Bab-el-Mandeb su cui incombono Yemen e Somaliland; le materie prime critiche?

L’energia è sotto gli occhi di tutti, ma che dire dei “minerali di sangue” del Congo decisivi per l’industria tecnologica globale, estratti in un Paese travolto dalla conflittualità interna, di asset decisivi per l’agricoltura come i fertilizzanti che dipendono dal Golfo, come ha ricordato Martina Besana su queste colonne. La guerra rende incerta l’economia, l’economia usa metodologie belliche nel contingentare le risorse tramite weaponization, controlli dell’export, uso geopolitico del diritto (consigliamo a tal proposito la lettura de Le linee invisibili di Luca Picotti).

La tensione attuale esacerba il trend di policrisi (o “permacrisi”) in cui l’economia e le relazioni internazionali vivono dall’inizio della pandemia di Covid-19 nel 2020, e c’è da aspettarsi che anche in questo caso il risultato sarà, prima o poi, una nuova normalità di mercato. Nel prisma della geopolitica contemporanea tutto si confonde e una crisi sfocia nell’altra. Rendendo tutto vischioso e imprevedibile. Dall’Ucraina all’Iran, aumentano le spade di Damocle per investitori e possessori di capitale. E in un certo senso ormai l’incertezza è l’unico vero dato strutturale a cui i mercati guardano come consolidato. Con il rischio di potersene, prima o poi, dimenticare. Salvo i casi di bruschi risvegli che ricordano la durezza della realtà.