È una strategia ben precisa quella portata avanti dall’Iran nello Stretto di Hormuz, e con un obiettivo ben preciso. Chi pensa che Teheran stia giocando con il fuoco, probabilmente non sa che il governo iraniano ha effettuato un adeguato calcolo tra rischi e benefici di un simile azzardo. Le azioni di disturbo, i sequestri, l’abbattimento di droni e via dicendo, rientrano in un piano che ha un duplice scopo: far salire il prezzo del petrolio e allo stesso tempo dimostrare agli Stati Uniti che le sanzioni sul greggio iraniano sono del tutto inutili.
La partita fra Teheran e Washington
L’Iran sa bene di non poter giocare ad armi pari con Washington, che oltre ad avere apparati militari superiori rispetto a quelli su cui possono contare i Pasdaran può affidarsi ai vari alleati locali, Arabia Saudita in primis. L’Iran è anche a conoscenza del fatto che l’unico modo per continuare a incassare denaro è vendere petrolio a mezzo mondo; per farlo è necessario che lo Stretto di Hormuz rimanga attivo e operante, ma soprattutto che il prezzo del greggio non scenda troppo in basso. Questo è accaduto più volte in passato, e Teheran ha accusato americani e arabi di aver condotto sabotaggi commerciali a danno degli interessi iraniani. In ogni caso, la strategia dell’Iran nel Golfo Persico non è tanto militare, quanto economica e, solo in parte, politica.
Assicurazioni e petrolio
Le azioni di Teheran fanno salire la tensione ma non superano mai la linea rossa; farlo, per Teheran, equivarrebbe a firmare una vera e propria condanna a morte, perché gli Stati Uniti, in quel caso, sarebbero pronti a reagire duramente. Meglio, dunque, limitarsi ad effettuare azioni di disturbo. Secondo alcuni analisti, ogni qualvolta l’Iran crea problemi nello Stretto di Hormuz, per esempio con le mine o spaventando le petroliere, i prezzi delle assicurazioni salgono e con esse anche il prezzo di ogni barile di petrolio. Questo legame è decisivo per capire come il governo iraniano abbia estrema necessità di vendere l’oro nero, e intende farlo spuntando il prezzo più alto possibile. Bloomberg ha sottolineato come i premi di rischio delle assicurazioni per quest’area geografica siano schizzati a 500 mila dollari; all’inizio dell’anno la cifra si attestava intorno ai 50 mila. Per quanto riguarda l’aumento del prezzo del petrolio, fin qui è aumentato appena di circa 25 centesimi al barile ma potrebbe presto salire ulteriormente.
Stati Uniti sotto pressione
L’Iran, così facendo, mette sotto pressione gli Stati Uniti, e lo fa anche se gli americani non sono più dipendenti del petrolio del Medio Oriente (e di conseguenza dello Stretto di Hormuz). Teheran spera che l’eventuale aumento del petrolio faccia incupire europei e asiatici, i nuovi, assidui, frequentatori del Golfo Persico. Saranno loro, eventualmente, a sorbirsi ogni aumento. E chissà che qualche paese non inizi a ribellarsi contro la politica di Donald Trump. Quella dell’Iran è una strategia semplice quanto efficace, almeno sulla carta.
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