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Iran, Opec, Ucraina: il petrolio a 120 dollari è il prezzo che paghiamo alle guerre

E gli esperti avvertono che il prezzo potrebbe salire ancora finché non sarà risolta la situazione nello Stretto di Hormuz.

Il greggio Brent ha visto nella giornata di ieri il future sfondare quota 120 dollari al barile per la prima volta dal 2022, quando la disruption indotta dalla guerra in Ucraina portò sull’ottovolante i mercati energetici globali. Lo scenario parla di rincari strutturali e strategici sull’onda lunga della notizia che gli Stati Uniti sono disposti a mantenere in forma prolungata il blocco dello Stretto di Hormuz. Ergo: non si vede una fine di breve periodo del braccio di ferro sull’Iran e, anzi, la Terza guerra del Golfo appare ben distante da una conclusione definitiva. Inoltre, l’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’Opec sembra andare più nella direzione di disturbare che in quella di calmierare i prezzi energetici globali e resta l’incognita del combinato disposto tra prosieguo della guerra in Ucraina e embargo graduale dell’Europa al greggio russo sulle forniture del Vecchio Continente.

Il Brent, che misura il future sul petrolio estratto nel Mare del Nord, ha chiuso a quota 118 dollari al barile. Il greggio sale del 30% dal 17 aprile, giorno in cui sulla scorta dei rinnovati venti di negoziato tra Usa e Iran sembrava che l’oro nero avesse preso una traiettoria discendente. Allora si era giunti a 91 dollari al barile, minimo da inizio marzo. Ma in seguito la crisi delle trattative, l’impasse nei negoziati, la tensione strategica tra Washington e Teheran, il clima fibrillante del mercato hanno contribuito a riportare gli investitori verso la più cupa incertezza.

Sulle spalle dei consumatori

“Gli analisti hanno avvertito che i prezzi del petrolio potrebbero aumentare ulteriormente finché le forniture energetiche provenienti dal Golfo rimarranno bloccate”, nota il Financial Times, che aggiunge come “gli operatori di mercato hanno ignorato le preoccupazioni relative a un possibile aumento della produzione in seguito alla decisione degli Emirati Arabi Uniti di uscire dall’Opec” dall’1 maggio, comunicata martedì. Sul breve periodo, anzi, questo fatto rischia di creare incertezza: alza la volatilità e riduce la capacità dell’Opec di essere “pompiere” su quote e prezzi senza dare garanzia sull’ingresso di nuovo oro nero sul mercato, essendo Hormuz bloccata.

La situazione parla di un contesto in cui la spirale inflazionistica del prezzo del petrolio rischia di colpire duramente i Paesi europei ed asiatici e un greggio a quote tanto elevate di creare un effetto-valanga sulla crescita delle bollette e della quota più viscosa dell’inflazione su scala internazionale. Problemi, questi, che non toccano gli Stati Uniti, che possono “scaricare” inflazione fuori dai loro confini e far sì che a guadagnare siano, sostanzialmente, le proprie aziende energetiche. Insomma, la guerra oggi produce, pur nella fase di cessate il fuoco, un sistemico riposizionamento di influenza a livello di mercato a sfavore dei consumatori. E lascia presagire una fase di prezzi alti, notevole incertezza, volatilità e tensioni in cui il greggio in tripla cifra è da ritenere un elemento ineludibile, almeno nel breve periodo, per gli equilibri economici internazionali.

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