Iran, l’inflazione è globale: l’impatto economico della guerra si fa sentire

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La Terza guerra del Golfo imperversa e sta già facendo pagare il conto, salato, all’economia globale. Non bastano le impennate del prezzo del petrolio e del gas naturale a codificare un contesto in cui lo scenario economico si fa sempre più precario e incerto. Ora anche le principali istituzioni finanziarie internazionali prevedono una fiammata inflattiva se la situazione dovesse continuare senza interventi di policy.

L’Ocse avverte: bisognerà intervenire

Notevole l’intervento dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse): l’organizzazione di Parigi, nota il New York Times, “ha affermato che le banche centrali devono rimanere vigili per individuare eventuali segnali che lo shock energetico potrebbe portare a un aumento dell’inflazione a lungo termine e che i legislatori dovrebbero rispondere all’aumento dei prezzi con misure temporanee e mirate a causa della pressione sui bilanci pubblici” esercitata dalla crisi energetica. Il ministro delle Finanze francese, Roland Lescure, ha proprio ieri quantificato, primo tra gli esponenti dei governi occidentali, nel 30-40% della capacità di raffinazione del Golfo e in 11 milioni di barili di petrolio la disruption bellica che rischia di essere prolungata e severa.

Lo shock energetico e l’inflazione Usa

Nella capitale francese, l’Ocse ha a sua volta comunicato che per effetto di tale shock prolungato, oltre tre volte più impattante in termini reali di quello della crisi petrolifera del 1973, l’inflazione nel 2026 nei Paesi del G20 potrebbe, se il prezzo del petrolio restasse in tripla cifra, impennarsi come mai era successo dal 2022 a oggi e arrivare a raggiungere una media del 4% quest’anno, con gli Usa addirittura oltre al 4,2%. Una previsione  molto più alta del 2,7% presentato come stima nell’ultimo report della Federal Reserve, e che mostra un certo spaesamento tra i decisori circa la politica monetaria e fiscale da portare avanti.

Il presidente statunitense Donald Trump si trova di fronte a un problema strutturale: l’inflazione è stata la principale grana con cui i Democratici Usa si sono scontrati affrontando la campagna elettorale del 2024, vinta dai Repubblicani e da The Donald anche a seguito dello scontento della cittadinanza per l’ampio aumento del costo della vita. Anche nel 2026, con vista elezioni di metà mandato, vale lo stesso principio: i cittadini americani guardano il prezzo dei beni alimentari più della crescita del Pil, l’aumento del costo della benzina al gallone, che si fa già sentire, rispetto a quello dei capex in intelligenza artificiale, la fiducia dei consumatori più che quella di Wall Street. E anche la stessa corsa dell’IA ha una spada di Damocle su di sé. L’alta inflazione minaccia la spesa in conto capitale di Big Tech, i costi dell’energia impattano sulla subfornitura asiatica, i capitali del Golfo fondamentali per i progetti d’investimento appaiono meno certi rispetto al recente passato.

Le incertezze europee

Anche la Banca centrale europea, che pure ha alzato l’inflazione prevista dall’1,9% al 2,6% per l’area euro nel 2026, si sta preparando a uno shock che potrebbe far crollare un percorso di crescita finora solido: “L’economia dell’area euro ha chiuso l’anno con una solida dinamica di crescita”, ha detto Christine Lagarde, presidente della Bce, a un evento a Francoforte il 25 marzo scorso, sottolineando che la crisi del Golfo arriva in un momento “i motori della crescita interna sembravano rafforzarsi, in particolare i consumi privati, gli investimenti nella digitalizzazione e la spesa per la difesa”.

Per Lagarde, in Europa, sarà la durata dello shock a fare la differenza: “Ci troviamo quindi di fronte a una situazione in cui, se l’attuale shock rimane circoscritto ai mercati energetici, potrebbe avere un effetto limitato sull’inflazione in generale. Ma se si intensifica o persiste, la sua trasmissione potrebbe accelerare”, creando effetti a cascata su un’economia esportatrice e strutturalmente dipendente dalle interconnessioni con l’estero come quella europea.

Lo shock è stato per ora intenso e virulento, propagandosi dai prezzi dei carburanti a quello dei noli marittimi, dalle assicurazioni alle Borse, passando per una previsione negativa per i carrelli della spesa dei cittadini nelle maggiori economie. Prevale un senso di incertezza e volatilità crescente sulle due sponde dell’Atlantico. Dal capitalismo di guerra siamo al capitalismo in guerra, che sconta la crisi come dato strutturale e non come momento di rottura e passaggio. I dati, spesso, escono già sorpassati da una realtà vorticosa in cui l’economia sconta l’assenza di punti di riferimento. E per i Paesi più integrati nel contesto globale questo crea un grande senso di spaesamento.