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Poco prima dell’attacco israeliano, un mix esplosivo di sanzioni internazionali e raffinerie in manutenzione ha frenato bruscamente il flusso di petrolio iraniano verso la Cina, mentre nel resto del mondo imperversa una guerra più o meno silenziosa per l’accesso alle fonti energetiche. L’oro nero di Teheran, che fino a poco tempo fa scorreva a fiumi verso Pechino, ora arriva col contagocce. A maggio le esportazioni sono crollate, fermandosi appena sopra gli 1,1 milioni di barili al giorno. Un calo non di poco conto – circa il 20% in meno rispetto all’anno scorso – che fotografa un mercato sempre più attraversato da spirali di tensione e ostacolato da sanzioni, impianti di raffinazione fermi e altre nazioni che ambiscono a esportare petrolio oltre la Muraglia.

In tutto questo, però, c’è un dettaglio degno dei migliori film di spionaggio. Sempre più petroliere, infatti, scelgono di nascondersi ai radar marittimi, spegnendo i transponder per sfuggire agli occhi indiscreti delle autorità, ragione per cui secondo alcuni analisti i suddetti dati potrebbero mancare di ufficialità.

L’assedio degli Usa e le raffinerie spente 

Dall’inizio del 2025 gli Stati Uniti hanno alzato il tiro tramite una raffica di sanzioni su navi e compagnie petrolifere impegnate nel commercio con l’Iran.  A maggio, nel mirino sono finiti la raffineria cinese Hebei Xinhai Chemical Group, colpevole di essere una miniera d’oro per il giro d’affari di Teheran, insieme a diversi operatori portuali dello Shandong e sette petroliere accusate di nascondere le origini del greggio trasportato. Tale quadro sembra raffigurare perfettamente le parole espresse dal segretario del Tesoro Usa Scott Bessent: “Non molleremo: ogni anello della catena petrolifera iraniana sarà sotto pressione”.  

Le conseguenze? Chi oggi trasporta petrolio iraniano deve muoversi nell’ombra: petroliere che navigano senza transponder, scambi da una nave all’altra al largo delle coste malesi (Kuala Lumpur è il principale hub per le operazioni di trasbordo del petrolio iraniano) e stratagemmi per sfuggire alla maglia dei controlli. I contraccolpi però non mancano e  la clandestinità ha un prezzo salato: i costi di trasporto sono esplosi e il noleggio di una petroliera dalle grandi dimensioni costa anche 6 milioni di dollari – +50% rispetto al 2024.

Se si mettono da parte i rapporti internazionali e si guarda a quello che accade entro la Muraglia, le raffinerie cinesi – note come “teiere” – della provincia di Shandong sono sempre state tra i principali destinatari del greggio iraniano grazie ai prezzi convenienti. Con la manutenzione stagionale programmata e il pieno di oro nero fatto nei primi mesi dell’anno, al momento la loro operatività è ridotta al minimo e i rubinetti per gli acquisti chiusi. Peraltro, le autorità cinesi hanno richiesto agli operatori portuali di evitare le interazioni con imbarcazioni sottoposte a sanzioni.    

Le avvisaglie e il ruolo delle altre potenze 

Il trend negativo non è iniziato all’improvviso. A gennaio, le autorità  avevano già imposto il divieto di attracco alle petroliere sanzionate nei porti dello Shandong, facendo crollare le importazioni dalla Repubblica Islamica sotto gli 850.000 barili al giorno. Nel frattempo, in mare ha preso forma una gigantesca scorta galleggiante pari a 35 milioni di barili fermi su navi senza un porto in cui approdare. Ciononostante, Teheran continua a sostenere che le esportazioni siano stabili, ma le convinzioni dell’Iran potrebbero presto vacillare per via dell’interesse di nuovi Paesi a vendere il loro greggio al Dragone.

Il Venezuela nel 2024 è stato uno dei principali fornitori di oro nero per Pechino e diversi barili di petrolio (dal valore di più di un miliardo), come riportato da Reuters, sono stati identificati come provenienti dal Brasile al fine di aggirare le sanzioni statunitensi che gravano su Caracas. L’approvvigionamento del greggio proviene anche da un Paese più a Nord della Cina, ovvero la Russia da cui Pechino ha ricevuto oltre 8 milioni di tonnellate. Tali importazioni non possono che rappresentare una minaccia al business dell’oro nero di Teheran.

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